sabato 16 aprile 2011

La povertà è anche relazionale e culturale

L'Altotevere e i suoi problemi


di Pierluigi Bruschi


Forse di fronte alle povertà in così forte aumento e alla contemporanea riduzione di risorse a esse destinate da parte del governo nazionale e di quelli locali, sarà bene tentare una riflessione che ci porti a individuare vie nuove per affrontare un fenomeno che ha assunto caratteristiche diverse da quelle che conosciamo o immaginiamo. Questo modello economico, avendo distrutto il lavoro, ha creato la povertà più evidente, quella appunto di tipo materiale, ma lentamente ha indebolito anche quel tessuto sociale che era fatto di comunità che convivevano attraverso le loro forme di aggregazione e solidarietà e ha prodotto separazione e individualismo. La povertà insomma è anche di tipo relazionale e culturale, per dirla con i sociologi, e ha assunto un carattere multidimensionale. Non si tratta soltanto della solitudine di tanti anziani, che in molti casi è per essi l’unica e vera sofferenza, ma del giovane che si rinchiude in se stesso e si estranea dalla famiglia e dagli amici, dell’adulto che non riuscendo a ritrovare il lavoro si vergogna, si sente fallito e desiste, dell’immigrato che non riesce a inserirsi, del bambino che non riceve amore. E si potrebbe continuare...
Da una interessante analisi che si sta conducendo sui risultati dei fondi di solidarietà istituiti dai vescovi due anni fa in varie regioni, compresa la nostra, emerge una nuova area di sofferenze e povertà nascoste, una zona in cui non c’è più solo il bianco e il nero ma molto grigio da interpretare. L’area estrema, quella cioè di chi sta male, è identificabile, la grigia no, o meglio inizia ora a svelarsi ma con difficoltà perché, come si legge in uno di questi rapporti, «l’accettazione psicologica di trovarsi in una situazione di bisogno rende più facile chiedere aiuto, mentre il coraggio della miseria degli italiani rimane nascosto e silenzioso e si accompagna a un profondo senso di vergogna e fallimento esistenziale. Il problema è che da noi che siamo fuori dall’area grigia, e pensiamo di rimanerci anche per il futuro, la fragilità economica, sociale, psicologica viene rimossa a fenomeno che riguarda altri, i miserabili, verso i quali dobbiamo comunque essere compassionevoli. Cosa diversa se considerassimo la fragilità un potenziale destino comune, che pone ognuno in uno stato di vulnerabilità, rispetto alla quale occorre affrontare sistemi collettivi di solidarietà e mutualità».
Ecco, i nostri sistemi collettivi non sono più adeguati e forse neanche la classe dirigente è capace di interpretare questi nuovi segni e di rivedere le categorie concettuali per le politiche sociali. Bisognerebbe iniziare a comprendere che il ruolo dell’assistenza sociale non può essere solo di tipo organizzativo e pratico ma deve produrre processi di responsabilizzazione. Il problema non si risolve cioè con il soddisfacimento immediato di un bisogno, che, fra l’altro, si ripresenta subito dopo, ma con la costruzione di un percorso che aiuti il soggetto a uscire dalla situazione di disagio. Questo si può fare con una forte collaborazione fra tutte le strutture pubbliche e private, gli organismi e le associazioni del volontariato, per costruire un metodo di intervento strutturale, attraverso una sussidiarietà integrativa e non sostitutiva del pubblico. L’obiettivo è di stimolare un impegno diffuso, mettendo insieme protagonismo sociale e intervento pubblico per creare una rete che sappia contrastare con efficacia povertà ed esclusione sociale. Queste diverse esperienze, tutte insieme, sono necessarie per creare un modello di politiche sociali che non assolva solo al compito di fornire prestazioni e portare aiuto, ma che assuma anche una funzione educativa, che promuova la cultura della condivisione e della solidarietà, affinché sempre più persone si accorgano della sofferenza altrui e si facciano carico del loro prossimo bisognoso. Una persona emarginata se accanto all’aiuto del servizio sociale riceve anche attenzione e accoglimento dalla comunità in cui vive (il condominio, il quartiere, la parrocchia ecc.), risolve il suo problema, altrimenti no. Insomma non è solo questione di soldi per il sociale ma molto di più.



1 commento:

  1. stiamo creando una generazione di mostri a-sociali :-(

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