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venerdì 29 aprile 2011
DIGIAMOLO!
Digiamolo: c'è un "ministro della guerra" (l'espressione è del leghista Calderoli) che in questi giorni di guerra gode come un bimbo che gioca coi soldatini. C'è un governo che fa coriandoli della nostra carta costituzionale, che porta il paese ad una guerra poco "umanitaria" e con una strategia non meglio definita. C'è la violazione evidente di un trattato d'amicizia con la Libia, redatto e sottoscritto forse un anno fa. C'è il disegno egemone di un paese vicino che vuol accaparrarsi il petrolio dell'italica colonia. C'è un'Unione Europea debole e confusa. Ci sono gli Stati Uniti che hanno perso la visione continentale che avevano (anche se poco chiara) fino a poco tempo fa e nonostante uno strano Nobel a quel presidente, danno il là ai bombardamenti su tripoli. C'è un alleato di governo che frena e fa fracasso. Ma, digiamolo, almeno uno al modo è contento. No, non vi dico chi è.
Però, digiamolo, starebbe proprio bene attaccato sotto i tornado che adesso fa decollare dalle basi italiane!
martedì 26 aprile 2011
L'Italia bombarderà la Libia
Avremo ben il diritto di sganciare due bombette in testa al feroce dittatore Gheddafi, no?
Questo è il blog del PD di San Giustino, e la linea del PD nazionale è quella della responsabilità (???) e dell'ossequioso rispetto delle decisioni ONU, ma ritengo moralmente necessario segnalare che questa duplice scelta è del tutto sbagliata: è stato un errore fornire appoggio alla manovra di guerra per "fini umanitari" fatta qualche settimana fa e ha poco senso ora chiedere al governo di tornare in parlamento per discutere se sganciare o non sganciare bombe su Tripoli, essendo questo il naturale passo successivo.
Quali potrebbero essere le conseguenze di questa scelta? Non sono uno studioso di geopolitica e poco conosco del diritto internazionale, ma secondo me non si tratta di 4 petardi. Segnalo l'articolo La guerra di Libia, un altro Vietnam a cura di Maurizio d'Orlando su Asianews, che offre più d'uno spunto di riflessione.
Per ora esprimo il mio disappunto e, almeno per oggi, sono con Calderoli.
domenica 10 aprile 2011
Migranti - La mappa dei siti, comune per comune, previsti dalla Regione
PERUGIA - La ripartizione profughi in Umbria è stata divisa - nel Piano d'Accoglienza della Regione e dell'Anci - in 12 ambiti territoriali. Ogni mille abitanti per comune viene assegnato un migrante.
Ambito Città di Castello (Lisciano Niccone, Citerna, Montesantamaria Tiberina, Montone, Pietralunga, San Giustino, Umbertide) su una popolazione di 80mila persone saranno 74 i profughi.
Ambito Perugia (Corciano, Torgiano): su 193nmila residenti 192 profughi. Ben 166 nella sola Perugia.
Ambito Assisi-Bastia Umbra (Bettona, Cannara, Valfabbrica) su 61mila abitanti 59 profughi.
Ambito Todi-Marsciano (Collazzone, Deruta, Fratta Todina, Massa Martana, Monte Castello Vibio, San Venanzo) 58mila residenti 54 profughi
Ambito Valnerina (Cascia, Norcia, Cerreto di Spoleto) su 12mila residenti 8 profughi
Ambito Gubbio-Gualdo (Costaciaro, Fossato, Scheggia, Sigillo) su 57mila abitanti 53 profughi
Ambito Foligno (Bevagna, Trevi, Gualdo Cattaneo, Montefalco, Nocera Umbra, Sellano, Spello, Valtopina) su 100mila residenti 97 profughi.
Ambito Spoleto (Castel Ritaldi, Giano dell'Umbria, Campello sul Clitunno) su 48mila abitanti 47 profughi
Ambito Terni (Acquasparta, Arrone, Ferentillo, Montefranco, Polino, San Gemini, Stroncone) su 134mila residenti 129 profughi di cui 112 a Terni.
Ambito Narni (Alviano, Attigliano, Amelia, Avigliano, Calvi dell'Umbria, Giove, Guardea, Lugnano in Tverina, Montecastrilli, Otricoli e Penna in Teverina) su 54mila abitanti 48 profughi.
Ambito di Orvieto (Allerona, Baschi, Castel Giorgio, Castel Viscardo, Fabro, Ficulle, Montecchio, Montegabbione, Monteleone di Orvieto, Parrano e Porano) su 42mila residenti 36 profughi.
Fonte: http://www.umbrialeft.it/notizie/migranti-mappa-dei-siti-comune-comune-previsti-dalla-regione
Buono a sapersi: ora resta da sapere chi si preoccupa dell'ordine pubblico, della sicurezza dei profughi e dei cittadini, dove saranno sistemati a San Giustino e per quanto tempo è prevista l'accoglienza, giusta e necessaria. Le risposte possono essere date da Perugia e anche da Roma...
venerdì 25 febbraio 2011
'Ecco come costruivamo le armi di Gheddafi'
Luigi Consonni, ex operaio Breda Fucine, denuncia le implicazioni dell'industria italiana nei massacri libici
Cinque ex operai della Breda Fucine di Sesto San Giovanni hanno spedito una lettera ai giornali nella quale denunciano le "lacrime di coccodrillo versate da politici e industriali" corresponsabili della carneficina libica.
Anche la loro fabbrica, partecipata dallo Stato italiano, "ha fornito armi, bombe, cannoni e mitragliatrici per le navi e gli aerei (e le contraeree) che oggi sparano sugli insorti". L'ha fatto almeno dagli anni Ottanta, ma forse anche da prima.
PeaceReporter ha contattato Luigi Consonni, primo firmatario di quella lettera.
Su quali basi ritenete che la Breda abbia fornito armi a Gheddafi?
Non abbiamo prove, ma riteniamo di aver prodotto armi per Gheddafi dalla metà degli anni Ottanta a quando la Breda Fucine è stata messa in liquidazione (1992, poi venduta alla Metalcam del gruppo Tassara nel 1996, ndr). Le prove mancano perché noi facevamo gli sgrossatori per Breda Meccanica Bresciana, per Agusta e soprattutto per Oto Melara.
Cosa significa "sgrossatori"?
Breda Fucine aveva una grossa forgia che da grandi pezzi d'acciaio estraeva cannoni. La trave andava nel forno, poi era tirata fuori incandescente e infine messa sotto una pressa da cui usciva a forma di cannone. Questo era poi mandato al trattamento termico per dargli le caratteristiche tecniche necessarie alla lavorazione. Infine in torneria, dove veniva fatta la sgrossatura dell'involucro esterno e il foro interno del cannone. A questo punto, dalla Breda Fucine passava alla Oto Melara che lo rifiniva. Per cui il pezzo definitivo era molto diverso da quello che lavoravamo noi, che comunque era indubbiamente un cannone.
Producevate altre armi?
Noi le chiamavamo "le cannette". Forgiavamo dei piccoli pezzi d'acciaio che diventavano dei tubi lunghi - un metro, un metro e mezzo - e sottili. Erano le canne delle mitragliatrici antiaeree e sicuramente anche di quelle che venivano messe sugli aerei e sugli elicotteri dell'Agusta. La Breda Meccanica Bresciana rifiniva questi pezzi e poi li passava all'Agusta.
Per avere le prove della vendita a Gheddafi bisognerebbe passare per Breda Bresciana, Oto Melara e Agusta.
Altri operai ci hanno raccontato che spesso si faceva una triangolazione con la Germania per evitare che emergesse il rapporto con Gheddafi, che in quel momento - siamo negli anni Ottanta - era il "mostro" additato da Reagan. Si vendeva alla Germania - per cui noi producevamo anche i cannoni dei carri armati Leopard - che a sua volta vendeva a Gheddafi.
Nel 1991 c'è la prima guerra del Golfo, la prima a cui partecipa anche l'Italia, e lì comincia la vostra presa di coscienza.
Ci fu una sollevazione, soprattutto tra gli operai più giovani. Aderimmo alla manifestazione spontanea che ci fu a Milano, eravamo almeno ventimila. Chiedemmo anche ai sindacati di fare una raccolta di firme per sensibilizzare sulla produzione di armi. Di fatto questo tema si innestò su una presa di coscienza preesistente, visto che la Breda non andava bene da tempo e c'era già un comitato di lotta a cui aderivano molti operai e su cui convergevano lavoratori che venivano da altre fabbriche. Avevamo anche un giornale di fabbrica.
Poi la Breda fu scorporata in tre pezzi.
Gabriele Battaglia
Fonte: Peace Reporter
Cinque ex operai della Breda Fucine di Sesto San Giovanni hanno spedito una lettera ai giornali nella quale denunciano le "lacrime di coccodrillo versate da politici e industriali" corresponsabili della carneficina libica.
Anche la loro fabbrica, partecipata dallo Stato italiano, "ha fornito armi, bombe, cannoni e mitragliatrici per le navi e gli aerei (e le contraeree) che oggi sparano sugli insorti". L'ha fatto almeno dagli anni Ottanta, ma forse anche da prima.
PeaceReporter ha contattato Luigi Consonni, primo firmatario di quella lettera.
Su quali basi ritenete che la Breda abbia fornito armi a Gheddafi?
Non abbiamo prove, ma riteniamo di aver prodotto armi per Gheddafi dalla metà degli anni Ottanta a quando la Breda Fucine è stata messa in liquidazione (1992, poi venduta alla Metalcam del gruppo Tassara nel 1996, ndr). Le prove mancano perché noi facevamo gli sgrossatori per Breda Meccanica Bresciana, per Agusta e soprattutto per Oto Melara.
Cosa significa "sgrossatori"?
Breda Fucine aveva una grossa forgia che da grandi pezzi d'acciaio estraeva cannoni. La trave andava nel forno, poi era tirata fuori incandescente e infine messa sotto una pressa da cui usciva a forma di cannone. Questo era poi mandato al trattamento termico per dargli le caratteristiche tecniche necessarie alla lavorazione. Infine in torneria, dove veniva fatta la sgrossatura dell'involucro esterno e il foro interno del cannone. A questo punto, dalla Breda Fucine passava alla Oto Melara che lo rifiniva. Per cui il pezzo definitivo era molto diverso da quello che lavoravamo noi, che comunque era indubbiamente un cannone.
Producevate altre armi?
Noi le chiamavamo "le cannette". Forgiavamo dei piccoli pezzi d'acciaio che diventavano dei tubi lunghi - un metro, un metro e mezzo - e sottili. Erano le canne delle mitragliatrici antiaeree e sicuramente anche di quelle che venivano messe sugli aerei e sugli elicotteri dell'Agusta. La Breda Meccanica Bresciana rifiniva questi pezzi e poi li passava all'Agusta.
Per avere le prove della vendita a Gheddafi bisognerebbe passare per Breda Bresciana, Oto Melara e Agusta.
Altri operai ci hanno raccontato che spesso si faceva una triangolazione con la Germania per evitare che emergesse il rapporto con Gheddafi, che in quel momento - siamo negli anni Ottanta - era il "mostro" additato da Reagan. Si vendeva alla Germania - per cui noi producevamo anche i cannoni dei carri armati Leopard - che a sua volta vendeva a Gheddafi.
Nel 1991 c'è la prima guerra del Golfo, la prima a cui partecipa anche l'Italia, e lì comincia la vostra presa di coscienza.
Ci fu una sollevazione, soprattutto tra gli operai più giovani. Aderimmo alla manifestazione spontanea che ci fu a Milano, eravamo almeno ventimila. Chiedemmo anche ai sindacati di fare una raccolta di firme per sensibilizzare sulla produzione di armi. Di fatto questo tema si innestò su una presa di coscienza preesistente, visto che la Breda non andava bene da tempo e c'era già un comitato di lotta a cui aderivano molti operai e su cui convergevano lavoratori che venivano da altre fabbriche. Avevamo anche un giornale di fabbrica.
Poi la Breda fu scorporata in tre pezzi.
Gabriele Battaglia
Fonte: Peace Reporter
giovedì 24 febbraio 2011
Una sterminata collezione di figurine di palta
C'è il ministro Zed degli esteri (vedere foto) in un governo di centrodestra che, praticamente, non conta nulla e forse non vale nulla.
La circostanza ci è stata ricordata di recente da uno dei rapporti diplomatici diffusi da Wikileaks, nel quale l’allora ambasciatore Ronald Spogli, commentava laconicamente l’influenza e la rilevanza del ministro degli esteri nell’elaborazione della politica estera del paese. Sul rapporto si legge che il capo del governo “rifiuta costantemente i consigli del suo ministro degli esteri, sempre più irrilevante, demoralizzato e privo di risorse”.
Dopo alcuni anni di militanza politica nel partito socialista, mette il piede in tutti i governi dal 1994 a oggi, esclusi i due di centrosinistra.
Fa il ministro della funzione pubblica e il ministro degli affari regionali.
Assume l'incarico di Ministro degli Esteri dopo dieci mesi di interim del presidente del consiglio, è il 2001 proprio nel periodo più caldo e cruciale della politica estera mondiale dalla fine della guerra fredda: l’11 settembre, la guerra in Afghanistan, il terrorismo internazionale, l’imminente invasione dell’Iraq.
Dell'opera del nostro ministro Zed di quegli anni non ci si ricorda nulla. Anzi, una cosa sì: una legge. Che veniva chiamata, appunto come lui. E non ha niente a che fare con la politica estera, trattandosi di una legislazione sul conflitto di interessi – tiepidissima e molto criticata dalle istituzioni europee.
Nel 2004 il governo è nei pasticci: gli alleati sono nervosi e fanno saltare due poltrone, una è proprio quella del nostro innocuo Zed. Al suo posto subentra un ex fascista e futuro traditore, di nome Gianfranco.
Dopo qualche anno passato grigiamente a fare il commissario europeo, nel 2008 viene richiamato a prendere il posto di ministro degli esteri. Il tutto con la consueta irrilevanza. Nell’estate del 2008 la Russia invade la Georgia: muoiono 2000 persone in cinque giorni, nel mondo si parla di una nuova guerra fredda, le diplomazie internazionali lavorano freneticamente per fermare il conflitto, i ministri degli esteri europei si riuniscono d’urgenza. Il ministro Zed è in vacanza alle Maldive e ci rimane: alle riunioni manda il suo vice.
Meno di sei mesi dopo, Israele comincia l’operazione Piombo Fuso: invade e bombarda la Striscia di Gaza, accusando Hamas di aver rotto la tregua con i razzi Qassam lanciati nel sud di Israele. Anche stavolta si mobilitano le diplomazie di tutto il mondo. Zed è di nuovo in vacanza, stavolta a sciare. Nessuna riunione, nessun vertice, nessuna missione. Quando il Tg1 va per intervistarlo, lui si fa riprendere dentro uno chalet, in tuta da neve e col naso unto di crema solare. Parliamo delle due crisi internazionali più gravi degli ultimi due anni: passate entrambe in vacanza.
Nel maggio 2010, Zed lasciò di sasso la diplomazia Europea annunciando che da lì a pochi giorni avrebbe visitato l’Iran: sarebbe stato il funzionario Europeo più elevato di grado a visitare il a paese nei 4 precedenti (ossia dall’elezione di Ahmadinejad). Il Finacial Times sottolineò lo sconcerto delle cancellerie europee, visto che si trattava di una mossa non concordata. Ovviamente Zed fece spallucce e confermò il viaggio. Ma il giorno prima dell’incontro il governo iraniano annunciò che l’indomani a Semnan, sede prevista dell’incontro, sarebbe stato testato un nuovo missile a lunga gittata. Solo a quel punto il prode Zed decise di annullare il viaggio. Fino a settembre 2010 quando i libici spararono a un pescherecco italiano cone le motovedette che Zed aveva donato ed infatti disse: “Hanno sparato in aria”.
E' difficile fare il ministro degli esteri per quattro anni e mezzo, senza metter mano a nessuna iniziativa politica degna di questo nome, nemmeno uno come Baffino è riuscito a fare tanto...
In compenso si potrebbe scrivere un libro con le sue dichiarazioni, le sue battute, meglio se tronfie, roboanti e inutili. Per restare su quelle recenti, un anno fa disse di considerare “suggestiva” l’ipotesi di mettere un crocifisso nella bandiera italiana. A maggio se la prese con Amnesty International, definendo “indegne” le accuse della ong riguardo le espulsioni degli immigrati. Due mesi fa ha detto all’Osservatore Romano che l’ateismo è un “fenomeno perverso” che “minaccia la società al pari dell’estremismo”. Mentre le diplomazie di tutto il mondo affrontavano la grana Wikileaks tentando di minimizzare, di mostrarsi solidi, tranquilli e per nulla indeboliti, Zed strepitava: prima parlava di «11 settembre della diplomazia» e poi, dopo che il suo capo aveva detto invece di essersi semplicemente fatto una risata, diceva che Assange «vuole distruggere il mondo».
Cosa si è costretti a fare, per farsi notare un po’?
Appoggiare un tiranno sanguinario fino all'ora della sua "giusta" capitolazione?
Ispirato a : http://www.ilpost.it/2010/12/05/frattini-ministro-esteri/
La circostanza ci è stata ricordata di recente da uno dei rapporti diplomatici diffusi da Wikileaks, nel quale l’allora ambasciatore Ronald Spogli, commentava laconicamente l’influenza e la rilevanza del ministro degli esteri nell’elaborazione della politica estera del paese. Sul rapporto si legge che il capo del governo “rifiuta costantemente i consigli del suo ministro degli esteri, sempre più irrilevante, demoralizzato e privo di risorse”.
Dopo alcuni anni di militanza politica nel partito socialista, mette il piede in tutti i governi dal 1994 a oggi, esclusi i due di centrosinistra.
Fa il ministro della funzione pubblica e il ministro degli affari regionali.
Assume l'incarico di Ministro degli Esteri dopo dieci mesi di interim del presidente del consiglio, è il 2001 proprio nel periodo più caldo e cruciale della politica estera mondiale dalla fine della guerra fredda: l’11 settembre, la guerra in Afghanistan, il terrorismo internazionale, l’imminente invasione dell’Iraq.
Dell'opera del nostro ministro Zed di quegli anni non ci si ricorda nulla. Anzi, una cosa sì: una legge. Che veniva chiamata, appunto come lui. E non ha niente a che fare con la politica estera, trattandosi di una legislazione sul conflitto di interessi – tiepidissima e molto criticata dalle istituzioni europee.
Nel 2004 il governo è nei pasticci: gli alleati sono nervosi e fanno saltare due poltrone, una è proprio quella del nostro innocuo Zed. Al suo posto subentra un ex fascista e futuro traditore, di nome Gianfranco.
Dopo qualche anno passato grigiamente a fare il commissario europeo, nel 2008 viene richiamato a prendere il posto di ministro degli esteri. Il tutto con la consueta irrilevanza. Nell’estate del 2008 la Russia invade la Georgia: muoiono 2000 persone in cinque giorni, nel mondo si parla di una nuova guerra fredda, le diplomazie internazionali lavorano freneticamente per fermare il conflitto, i ministri degli esteri europei si riuniscono d’urgenza. Il ministro Zed è in vacanza alle Maldive e ci rimane: alle riunioni manda il suo vice.
Meno di sei mesi dopo, Israele comincia l’operazione Piombo Fuso: invade e bombarda la Striscia di Gaza, accusando Hamas di aver rotto la tregua con i razzi Qassam lanciati nel sud di Israele. Anche stavolta si mobilitano le diplomazie di tutto il mondo. Zed è di nuovo in vacanza, stavolta a sciare. Nessuna riunione, nessun vertice, nessuna missione. Quando il Tg1 va per intervistarlo, lui si fa riprendere dentro uno chalet, in tuta da neve e col naso unto di crema solare. Parliamo delle due crisi internazionali più gravi degli ultimi due anni: passate entrambe in vacanza.
Nel maggio 2010, Zed lasciò di sasso la diplomazia Europea annunciando che da lì a pochi giorni avrebbe visitato l’Iran: sarebbe stato il funzionario Europeo più elevato di grado a visitare il a paese nei 4 precedenti (ossia dall’elezione di Ahmadinejad). Il Finacial Times sottolineò lo sconcerto delle cancellerie europee, visto che si trattava di una mossa non concordata. Ovviamente Zed fece spallucce e confermò il viaggio. Ma il giorno prima dell’incontro il governo iraniano annunciò che l’indomani a Semnan, sede prevista dell’incontro, sarebbe stato testato un nuovo missile a lunga gittata. Solo a quel punto il prode Zed decise di annullare il viaggio. Fino a settembre 2010 quando i libici spararono a un pescherecco italiano cone le motovedette che Zed aveva donato ed infatti disse: “Hanno sparato in aria”.
E' difficile fare il ministro degli esteri per quattro anni e mezzo, senza metter mano a nessuna iniziativa politica degna di questo nome, nemmeno uno come Baffino è riuscito a fare tanto...
In compenso si potrebbe scrivere un libro con le sue dichiarazioni, le sue battute, meglio se tronfie, roboanti e inutili. Per restare su quelle recenti, un anno fa disse di considerare “suggestiva” l’ipotesi di mettere un crocifisso nella bandiera italiana. A maggio se la prese con Amnesty International, definendo “indegne” le accuse della ong riguardo le espulsioni degli immigrati. Due mesi fa ha detto all’Osservatore Romano che l’ateismo è un “fenomeno perverso” che “minaccia la società al pari dell’estremismo”. Mentre le diplomazie di tutto il mondo affrontavano la grana Wikileaks tentando di minimizzare, di mostrarsi solidi, tranquilli e per nulla indeboliti, Zed strepitava: prima parlava di «11 settembre della diplomazia» e poi, dopo che il suo capo aveva detto invece di essersi semplicemente fatto una risata, diceva che Assange «vuole distruggere il mondo».
Cosa si è costretti a fare, per farsi notare un po’?
Appoggiare un tiranno sanguinario fino all'ora della sua "giusta" capitolazione?
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| Il ministro Zed si frega le mani per la gioia d'essere al fianco del famoso colonnello libico Gheddafi |
Ispirato a : http://www.ilpost.it/2010/12/05/frattini-ministro-esteri/
martedì 22 febbraio 2011
La special relationship imbarazza Frattini
Il rapporto privilegiato del premier con il Colonnello frena la Farnesina sulla condanna della repressione
Rivoluzione o guerra civile? L’imbarazzo del governo italiano di fronte alle notizie che arrivano dall’altra sponda del Mediterraneo si specchia nello slittamento semantico tra le due espressioni più utilizzate per definire la crisi libica.
Nelle stesse ore in cui il Pd lanciava un sit-in in piazza del Pantheon (per oggi alle 18.30) e i Radicali partecipavano a un presidio davanti a Montecitorio di sostegno alla rivoluzione democratica di Tripoli e di condanna delle complicità italiane, il ministro degli esteri Frattini parlava di «guerra civile », le stesse parole utilizzate minacciosamente poche ore prima in tv dal secondogenito di Gheddafi, Saif Al islam.
Una posizione che si è fatta più imbarazzante con il crescere della tensione in Libia e che strideva con la dura condanna della repressione espressa dall’Unione europea su cui anche la Farnesina si è dovuta allineare. E se poche ore prima a Bruxelles Frattini si era esposto a favore del regime «laico e anti-fondamentalista » di Gheddafi, l’opposizione insisteva perché il governo riferisse in aula su una posizione che un po’ a tutti era sembrato di sostanziale via libera al raìs. Solo in serata, dopo una giornata di silenzio, Berlusconi ha condannato la violenza sui civili («inaccettabile») e si è augurato che la violenza non denegerasse in guerra civile.
«L’atteggiamento di Frattini non è nuovo, va avanti già da più di un mese – spiega a Europa Lapo Pistelli, coordinatore del dipartimento relazioni internazionali del Pd – è giusto essere prudenti ma qui si va oltre la prudenza, siamo su un’altra lunghezza d’onda rispetto a tutti gli altri ministri europei e rispetto alla presidenza Obama. In fondo nelle piazze dei paesi del Maghreb non si sentono ripetere i vecchi slogan panarabi e panislamici.
Le nuove generazioni guardano al modello turco del partito filo-islamico moderato di Erdogan. Anche Al Qaeda è rimasta spiazzata da questo movimento: se vogliamo è un po’ naif ma non si può non riconoscere il potenziale democratico del processo che si è messo in moto».
Un imbarazzo, quello del nostro governo (che questa sera si riunirà per dicutere della situazione libica), che il sottosegretario agli esteri Mantica spiega con la special relationship tra i due paesi che passa dai rapporti di affari, da Unicredit a Eni, dalla Finmeccanica alla Juventus. «Ci sono 1500 italiani che lavorano in Libia: abbiamo con questo paese un rapporto particolare, non solo dovuto al rapporto Gheddafi- Berlusconi».
Appunto, non solo. E comunque lo stesso argomento può essere rovesciato nel suo opposto, nel dovere del governo italiano di intervenire nel cortile di casa proprio in virtù dei buoni rapporti con Tripoli.
Invece il palpabile disalinneamento del nostro paese rispetto al resto dell’Occidente rischia di isolarlo anche rispetto alle richieste di allargare il problema del controllo dei confini all’intera Ue, come chiede il ministro dell’interno Maroni.
Ieri l’unico esponente del Carroccio a intervenire è stato il presidente della commissione esteri della camera Stefani, mentre non è un mistero che l’eventuale divorzio degli interessi italiani da Gheddafi non dispiace al Carroccio, il quale per esempio aveva sfruttato la scalata libica a Unicredit proprio per regolare i conti con l’amministratore delegato (ora ex) Alessandro Profumo. Ieri il rappresentante di una delle principali fondazioni bancarie azioniste del gruppo, Andrea Comba di Crt, si è detto preoccupato per gli eventi in corso a Tripoli, costringendo i vertici del gruppo a intervenire per gettare acqua sul fuoco in un giorno che ha visto il titolo crollare del 5,6 per cento.
Giovanni Cocconi
Fonte:http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/124720/la_special_relationship_imbarazza_frattini
Rivoluzione o guerra civile? L’imbarazzo del governo italiano di fronte alle notizie che arrivano dall’altra sponda del Mediterraneo si specchia nello slittamento semantico tra le due espressioni più utilizzate per definire la crisi libica.
Nelle stesse ore in cui il Pd lanciava un sit-in in piazza del Pantheon (per oggi alle 18.30) e i Radicali partecipavano a un presidio davanti a Montecitorio di sostegno alla rivoluzione democratica di Tripoli e di condanna delle complicità italiane, il ministro degli esteri Frattini parlava di «guerra civile », le stesse parole utilizzate minacciosamente poche ore prima in tv dal secondogenito di Gheddafi, Saif Al islam.
Una posizione che si è fatta più imbarazzante con il crescere della tensione in Libia e che strideva con la dura condanna della repressione espressa dall’Unione europea su cui anche la Farnesina si è dovuta allineare. E se poche ore prima a Bruxelles Frattini si era esposto a favore del regime «laico e anti-fondamentalista » di Gheddafi, l’opposizione insisteva perché il governo riferisse in aula su una posizione che un po’ a tutti era sembrato di sostanziale via libera al raìs. Solo in serata, dopo una giornata di silenzio, Berlusconi ha condannato la violenza sui civili («inaccettabile») e si è augurato che la violenza non denegerasse in guerra civile.
«L’atteggiamento di Frattini non è nuovo, va avanti già da più di un mese – spiega a Europa Lapo Pistelli, coordinatore del dipartimento relazioni internazionali del Pd – è giusto essere prudenti ma qui si va oltre la prudenza, siamo su un’altra lunghezza d’onda rispetto a tutti gli altri ministri europei e rispetto alla presidenza Obama. In fondo nelle piazze dei paesi del Maghreb non si sentono ripetere i vecchi slogan panarabi e panislamici.
Le nuove generazioni guardano al modello turco del partito filo-islamico moderato di Erdogan. Anche Al Qaeda è rimasta spiazzata da questo movimento: se vogliamo è un po’ naif ma non si può non riconoscere il potenziale democratico del processo che si è messo in moto».
Un imbarazzo, quello del nostro governo (che questa sera si riunirà per dicutere della situazione libica), che il sottosegretario agli esteri Mantica spiega con la special relationship tra i due paesi che passa dai rapporti di affari, da Unicredit a Eni, dalla Finmeccanica alla Juventus. «Ci sono 1500 italiani che lavorano in Libia: abbiamo con questo paese un rapporto particolare, non solo dovuto al rapporto Gheddafi- Berlusconi».
Appunto, non solo. E comunque lo stesso argomento può essere rovesciato nel suo opposto, nel dovere del governo italiano di intervenire nel cortile di casa proprio in virtù dei buoni rapporti con Tripoli.
Invece il palpabile disalinneamento del nostro paese rispetto al resto dell’Occidente rischia di isolarlo anche rispetto alle richieste di allargare il problema del controllo dei confini all’intera Ue, come chiede il ministro dell’interno Maroni.
Ieri l’unico esponente del Carroccio a intervenire è stato il presidente della commissione esteri della camera Stefani, mentre non è un mistero che l’eventuale divorzio degli interessi italiani da Gheddafi non dispiace al Carroccio, il quale per esempio aveva sfruttato la scalata libica a Unicredit proprio per regolare i conti con l’amministratore delegato (ora ex) Alessandro Profumo. Ieri il rappresentante di una delle principali fondazioni bancarie azioniste del gruppo, Andrea Comba di Crt, si è detto preoccupato per gli eventi in corso a Tripoli, costringendo i vertici del gruppo a intervenire per gettare acqua sul fuoco in un giorno che ha visto il titolo crollare del 5,6 per cento.
Giovanni Cocconi
Fonte:http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/124720/la_special_relationship_imbarazza_frattini
La Libia e l'Italia
In nome dell'accordo petrolifero, il Governo Berlusconi ha stretto legami con il dittatore libico, consentendo a quello di far sostare i suoi cammelli nella capitale d'Italia e di convertire ragazze italiane al culto di Maometto, almeno nella versione raccontata dal tiranno tripolitano. Non solo, ancora più grave è stata l'assunzione dei mercenari libici per arginare l'immigrazione verso le coste italiane: in questo modo l'Italia dell'inetto ministro Frattini ha sospeso anche il diritto d'asilo per quegli uomini e quelle donne che scappavano da dittature in cerca di libertà, come gli eritrei che attualmente vagano nel deserto del Sinai, oggetto delle sevizie dei mercanti d'uomini del deserto.
Dal blog NoiseFromAmerika, Michele Boldrin
Il comportamento del nostro governo rispetto alla Libia prova, se ve ne fosse bisogno, perché Silvio Berlusconi e la sua banda debbano essere mandati via al più presto possibile.
I fatti libici sono noti. Chi volesse un aggiornamento basta che visiti Al Jazeera. Sono anche noti a tutti l'inazione ed il silenzio del nostro governo, rotto solo negli ultimi due giorni da due interventi.
Primo quello del presidente del consiglio, che ha giustificato il suo totale silenzio affermando di non voler "disturbare" il suo amico Gheddafi. Oggi, di fronte alle reazioni del resto del mondo civile, il satrapo nazionale - noto estimatore di Gheddafi, il cui stile di vita cerca strenuamente di imitare mentre sogna di adottarne i metodi di governo - ha fatto emettere una nota della presidenza del consiglio nella quale
Apprendiamo inoltre, dal Corriere della Sera, che la posizione ufficiale italiana è perfettamente allineata con quella della famiglia Gheddafi:
Segue
Dal blog NoiseFromAmerika, Michele Boldrin
Il comportamento del nostro governo rispetto alla Libia prova, se ve ne fosse bisogno, perché Silvio Berlusconi e la sua banda debbano essere mandati via al più presto possibile.
I fatti libici sono noti. Chi volesse un aggiornamento basta che visiti Al Jazeera. Sono anche noti a tutti l'inazione ed il silenzio del nostro governo, rotto solo negli ultimi due giorni da due interventi.
Primo quello del presidente del consiglio, che ha giustificato il suo totale silenzio affermando di non voler "disturbare" il suo amico Gheddafi. Oggi, di fronte alle reazioni del resto del mondo civile, il satrapo nazionale - noto estimatore di Gheddafi, il cui stile di vita cerca strenuamente di imitare mentre sogna di adottarne i metodi di governo - ha fatto emettere una nota della presidenza del consiglio nella quale
fa sapere di seguire con attenzione e preoccupazione l'evolversi della situazione e di considerare inaccettabile l'uso della violenza sulla popolazione civile. Nel comunicato si legge che il premier «è allarmato per l'aggravarsi degli scontri e per l'uso inaccettabile della violenza sulla popolazione civile». Nella nota Palazzo Chigi aggiunge che «L'Unione Europea e la Comunità internazionale dovranno compiere ogni sforzo per impedire che la crisi libica degeneri in una guerra civile dalle conseguenze difficilmente prevedibili, e favorire invece una soluzione pacifica che tuteli la sicurezza dei cittadini così come l'integrità e stabilità del Paese e dell'intera regione».Di oggi l'intervento del ministro italiano degli esteri, il quale ha invitato l'Unione Europea a non "interferire" nelle vicende libiche. Dice Frattini che non vogliamo "esportare la democrazia", non in Libia almeno. In Iraq, come ci ha ricordato Filippo Solibello, invece sì: gli iracheni sono, evidentemente, più meritevoli dei libici. Un popolo, quest'ultimo, per il quale - sin da quando il generale Graziani esercitava la sua azione ''pacificatrice'' per ridare a Roma l'impero che, secondo i deliri fascisti, le spettava - le elites italiane sembrano avere ben scarsa considerazione.
Apprendiamo inoltre, dal Corriere della Sera, che la posizione ufficiale italiana è perfettamente allineata con quella della famiglia Gheddafi:
Rispetto alla Libia, il titolare della Farnesina auspica una «riconciliazione pacifica», arrivando a una Costituzione, come propone [il] figlio [di] Gheddafi.Tutto ciò è così scandaloso da apparire banale, come solo il male politico riesce ad essere. Mentre un folle massacra la sua gente inerme, chi potrebbe fermarlo non agisce ma invita alla "stabilità del paese e dell'intera regione".
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lunedì 21 febbraio 2011
Libia nel sangue, il governo Berlusconi "Non vuole disturbare"! Bersani e Bindi domani al sit-in del PD
Oltre 200 i morti a Bengasi, in Libia, dove gli scontri continuano, oscurati dalla Tv di stato. Ad al Beida presi in ostaggio trenta soldati. Servizio di Marcello Greco : TG3“Fermare la violenza, aiutare la democrazia” con questo slogan ilPartito democratico ha promosso domani a Roma, presso piazza del Pantheon, alle ore 18.30, un sit-in per chiedere di fermare la repressione in Libia e l’avvio di una nuova fase democratica. All’iniziativa, che intende incalzare il governo italiano perché assuma le responsabilità che ci competono, uscendo dal penoso stallo e dall’imbarazzante silenzio in cui si trova, parteciperà il segretario nazionale del Pd Pier Luigi Bersani, il Presidente dell'Assemblea nazionale, Rosy Bindi, i capigruppo di Camera e Senato, Dario Franceschini e Anna Finocchiaro, militanti, dirigenti e parlamentari del Pd”.
Fonte: Partito Democratico
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