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martedì 3 maggio 2011

La Sarajevo in Siria. Bombardata, affamata, stremata. Daraa

Sparare a qualsiasi cosa si muova. L’ordine di al Maher al Assad, a capo della Quarta divisione corazzata dell'esercito, è stato chiaro ed essenziale. E, soprattutto, eseguito alla lettera: Daraa, nel sud della Siria, è una città fantasma.
Non che gli abitanti abbiano fatto fagotto: non ne hanno avuto il tempo, né l’occasione. Ma da giovedì 28 aprile sono rintanati in casa, ostaggio del loro stesso coraggio. Per primi, a metà di marzo, sono scesi in strada a chiedere riforme democratiche, rompendo 40 anni di silenzio sul governo autocratico degli Assad: prima il padre Hafez, poi il figlio Bashar. La protesta è stata repressa nel sangue: cento morti in una settimana. E quando la loro determinazione ha infiammato il resto del Paese, Daraa è diventato il terreno della guerra civile siriana.
I militari hanno circondato la città. I cecchini sono appostati agli angoli delle strade. Gli arei bombardano dall’altro. E agli abitanti non è rimasto altro da fare che asserragliarsi in casa, per sfuggire al fuoco. Senza più cibo, telefoni, speranze.

I cadaveri nelle strade: chi li raccoglie è perduto

Ogni guerra ha la propria Sarajevo. EDaraa, a pochi chilometri dal confine giordano tracciato con il righello dall’Occidente 60 anni fa, è diventata quella della Siria. Nell’ultimo venerdì della collera il 29 aprile, prima che il presidente decidesse l’ennesimo giro di vite, sono morte almeno 40 persone. Difficile anche contarle: negli obitori non c’è più posto e per paura di essere uccisi i cittadini lasciano i cadaveri per strada.
IL CLAN ASSAD. A guidare la repressione è il fratello del presidente: accusato di violazione dei diritti umani dalle Nazioni Unite, colpito dalle sanzioni economiche della Casa Bianca, non sembra averne sofferto.
Sabato 30 aprile ha ordinato di circondare la città. I carri armati hanno fatto irruzione e distrutto la moschea di Omari, l’unico luogo in cui i cittadini erano liberi di riunirsi, pregare, scambiare opinioni e organizzare le manifestazioni.
I tank hanno spianato anche tre persone, oltre all’edificio: avevano 18, 19 e 22 anni, hanno raccontato i loro vicini. In 16 sono rimasti gravemente feriti: potrebbero essere molti di più, ma nessuno può dirlo con certezza. Le linee telefoniche sono state tagliate, la connessione internet oscurata. Ci si parla tra vicini di casa. Quelli che hanno un telefono satellitare, poi,  mandano segnali di fumo al mondo, nella speranza di una flebile risposta.
NELLE MANI DI ALTRI. Non sono vezzi da ricchi. Non ci sono ricchi a Daraa. Il sud della Siria è la regione più povera di una nazione senza grandi risorse. Anche per questo i suoi abitanti hanno urlato contro la disoccupazione, il caro vita, la mancanza di libertà: la disperazione è il detonatore migliore di ogni rivoluzione.
I telefoni costosi con cui infrangono il black out sono stati donati da anonimi ‘protettori’ oltreconfine. Quelli che dal Libano o dall’Europa cercano di governare l’insurrezione. Entrando in giochi più grandi di quello che immaginano: in ballo, per alcuni, c’è l’egemonia su Oriente e Medio Oriente. La gente di Daraa, invece, voleva soltanto un lavoro ed elezioni libere.


La messinscena dell'esercito per ingannare Damasco
Hanno perso il salario che avevano, e molto di più. Da quando l’assedio è cominciato, mercati e negozi sono vuoti. Gli alimenti freschi sono finiti. Restano le conserve e poco altro.
I racconti dei testimoni sono spaventosi. L’esercito ha bussato alle loro case, ha fatto uscire le donne, ha puntato loro una pistola alla tempia. Poi, ha messo loro in mano del cibo, mentre i cameraman della televisione di Stato riprendevano tutto. Una messinscena grottesca per mandare un messaggio: il resto dei siriani non deve pensare che il regime affama la gente.
ACCUSA DI TERRORISMO. Non è stato il solo episodio. I militari hanno abbandonato decine di mitragliatori in città: ne hanno fatto voluminose montagne agli angoli delle strade, e poi sono rimasti a guardare. Speravano che i cittadini le prendessero per poterli accusare di terrorismo e farli sparire senza nemmeno sprecare una pallottola. Ma la gente ha capito il giochetto e ha riconsegnato le armi nella stazione di polizia più vicina.
Anche nell’esercito c’è chi inizia a essere esasperato da questi mezzi. Il comandante in capo, fratello del presidente, ha ordinato ai suoi di premere il grilletto contro i commilitoni, nel caso in cui si rifiutassero di sparare sulla folla. Una escalation di violenza perversa.
Per paradossale che possa sembrare, il presidente pensa ancora di potere riportare la situazione alla normalità. Tradotto significa: mantenere il potere. Ancora più incredibile, però, è constatare che potrebbe riuscirci.

L'assenteismo dell'Occidente spiana la strada a Bashar
Sulla Siria l’Occidente è assente. Nessuno ha voglia di infilarsi in un nuovo conflitto e, al di là dei proclami di rito di Palazzo di Vetro e del presidente Obama, nessuno valuta seriamente l’ipotesi di un intervento armato.
I siriani hanno preso coraggio, ma non ancora abbastanza per invadere le strade della capitale, vero fortino del potere del partito Baath e degli Assad. Solo così, come fu al Cairo, probabilmente Bashar dovrebbe mollare. Prima, però, si dovrebbe passare attraverso una lunga scia di morti e martiri: più dei quasi 600 registrati finora dalle agenzie umanitarie.
DAMASCO ANELLO DEBOLE. Quelli che hanno voglia di reinventarsi kamikaze a Damasco non abbondano, e il capo di Stato lo sa. La sua strategia è stringere il cappio intorno ai damasceni finché non sia rimasta loro alcuna volontà.
La notizia di lunedì 2 maggio è che, mentre il mondo gioiva per l’uccisione di Osama bin Laden, 180 persone sono state arrestate nei sobborghi della capitale siriana per aver partecipato a manifestazioni anti governative. A centinaia di loro è stato intimato di presentarsi spontaneamente, prima dell’intervento delle forze di sicurezza: che tutto portano tranne che la sicurezza. Al Jazeera ha denunciato la scomparsa di una sua giornalista; molti altri colleghi erano stati espulsi nei giorni precedenti.
Senza l’occhio della stampa, priva della voce della gente, asciugata dalla fame la rivolta siriana potrebbe spegnersi nell’arco di qualche settimana. È quello per cui sta lavorando il presidente riformatore Bashar al Assad.
Martedì, 03 Maggio 2011

domenica 3 aprile 2011

L'ITALIA È IL PAESE EUROPEO CON PIÙ BADANTI E MENO SERVIZI PUBBLICI

Riporto il dossier di Superabile (http://www.superabile.it) in merito all'assistenza degli anziani.



ROMA - L'Italia è il paese europeo con la più limitata disponibilità di servizi pubblici destinati all'assistenza degli anziani non autosufficienti, e al contempo quello che fa più ricorso alle badanti impiegate privatamente dalle famiglie. Il quadro "dai contorni piuttosto definiti" emerge dal rapporto "L'assistenza agli anziani non autosufficienti", che dedica uno specifico capitolo al confronto tra il nostro paese e la situazione nel resto d'Europa. Lo studio rileva che negli ultimi dieci anni l'offerta pubblica di servizi domiciliari è cresciuta in tutta l'Europa meridionale, dove però non ha raggiunto i livelli garantiti nel resto del continente. Nei paesi del Nord, infatti, la percentuale di utenti raggiunti dai servizi pubblici a domicilio è sì leggermente scesa (passando dal 14% dei primi anni Novanta ai 13% della metà degli anni Duemila), ma rimane ben al di sopra di quella italiana, dove nello stesso periodo si è passati dal 2 al 4,9% di anziani assistiti a domicilio a spese pubbliche. La Francia arriva all'8%, la Germania al 7%, la Svezia al 9%, la Danimarca addirittura al 21%. E la media dell'Europa a 15 è del 10%.Prevedibilmente, i paesi con la minore offerta pubblica sono quelli che affidano maggiormente i compiti di cura alla famiglia, "secondo la nota regola per cui più si sale verso il Nord Europa più cresce l'offerta pubblica e diminuisce il ruolo delle reti informali", si legge nello studio. Tuttavia i numerosi cambiamenti che hanno investito le famiglie e la società hanno imposto un nuovo scenario, senza che il settore pubblico abbia attrezzato nuove risposte. Se da un lato, con l'invecchiamento della popolazione, il fabbisogno assistenziale cresce, dall'altro le famiglie non hanno più la struttura allargata di un tempo (aumentano i nuclei uni-personali e quelli composti di soli anziani, mentre cresce la partecipazione femminile al mercato del lavoro). Una situazione che, unita all'insufficienza dei servizi pubblici, ha trovato come unica valvola di sfogo il ricorso alla manodopera straniera a basso costo, prevalentemente femminile. "Questa situazione non è certo limitata all'Italia", segnala lo studio, ma è tuttavia largamente più diffusa nell'Europa meridionale, con l'Italia che guida la classifica e stacca di molto gli altri paesi, probabilmente anche a causa del ruolo giocato da sussidi monetari come l'indennità di accompagnamento. Da noi i nuclei familiari che impiegano privatamente badanti superano il 13%, mentre in Grecia - secondo paese a fare maggior ricorso alle assistenti per anziani - sono circa il 5%. Nel Nord Europa, invece, i lavoratori stranieri sono impiegati per lo più nel settore dei servizi formali, residenziali o domiciliari.Lo studio dipinge gli italiani come "sospesi tra modernità e tradizione" con opinioni contraddittorie in fatto di assistenza e cura agli anziani. Il 68% degli italiani intervistati dichiara infatti che sono i figli a dover pagare l'assistenza dei genitori anziani se questi non possono provvedere da soli, percentuale superata di un solo punto solo dagli spagnoli. Ma dall'altro lato tre italiani su quattro ritengono che l'impegno assistenziale a favore degli anziani sia "eccessivamente concentrato sulle famiglie". Lo studio segnala inoltre una storica avversione per le strutture residenziali: un'attitudine culturale che "comincia a porre crescenti problemi di conciliazione tra lavoro remunerato e compiti informali di assistenza". (Gina Pavone)
Su questo tema occorre una riflessione complessiva del nostro welfare locale e nazionale. Qualcuno pensa che dal governo Bossi-Berlusconi possa uscire un qualunque buon progetto...????

giovedì 10 marzo 2011

Ecco come funzionano gli incentivi alle energie rinnovabili nel resto del mondo



di Luca Vaglio per http://www.ilsole24ore.com


La politiche finalizzate a dare impulso alle fonti rinnovabili in questi anni sono state numerose e, a seconda delle caratteristiche del mercato e di altri fattori, hanno sortito esiti differenti. A poche ore dall'approvazione del decreto legislativo sulle rinnovabili da parte del governo, che recepisce la direttiva Ue 2009/28 sulla promozione dell'energia pulita (la norma comunitaria prevede che entro il 2020 il 20% dell'energia prodotta arrivi da fonti rinnovabili. Per l'Italia il tetto è fissato al 17%), ecco una panoramica sulle forme più diffuse di incentivi che negli ultimi anni sono state adottate in Europa e nel resto mondo.



martedì 22 febbraio 2011

La special relationship imbarazza Frattini

Il rapporto privilegiato del premier con il Colonnello frena la Farnesina sulla condanna della repressione
Rivoluzione o guerra civile? L’imbarazzo del governo italiano di fronte alle notizie che arrivano dall’altra sponda del Mediterraneo si specchia nello slittamento semantico tra le due espressioni più utilizzate per definire la crisi libica.
Nelle stesse ore in cui il Pd lanciava un sit-in in piazza del Pantheon (per oggi alle 18.30) e i Radicali partecipavano a un presidio davanti a Montecitorio di sostegno alla rivoluzione democratica di Tripoli e di condanna delle complicità italiane, il ministro degli esteri Frattini parlava di «guerra civile », le stesse parole utilizzate minacciosamente poche ore prima in tv dal secondogenito di Gheddafi, Saif Al islam.
Una posizione che si è fatta più imbarazzante con il crescere della tensione in Libia e che strideva con la dura condanna della repressione espressa dall’Unione europea su cui anche la Farnesina si è dovuta allineare. E se poche ore prima a Bruxelles Frattini si era esposto a favore del regime «laico e anti-fondamentalista » di Gheddafi, l’opposizione insisteva perché il governo riferisse in aula su una posizione che un po’ a tutti era sembrato di sostanziale via libera al raìs. Solo in serata, dopo una giornata di silenzio, Berlusconi ha condannato la violenza sui civili («inaccettabile») e si è augurato che la violenza non denegerasse in guerra civile.
«L’atteggiamento di Frattini non è nuovo, va avanti già da più di un mese – spiega a Europa Lapo Pistelli, coordinatore del dipartimento relazioni internazionali del Pd – è giusto essere prudenti ma qui si va oltre la prudenza, siamo su un’altra lunghezza d’onda rispetto a tutti gli altri ministri europei e rispetto alla presidenza Obama. In fondo nelle piazze dei paesi del Maghreb non si sentono ripetere i vecchi slogan panarabi e panislamici.
Le nuove generazioni guardano al modello turco del partito filo-islamico moderato di Erdogan. Anche Al Qaeda è rimasta spiazzata da questo movimento: se vogliamo è un po’ naif ma non si può non riconoscere il potenziale democratico del processo che si è messo in moto».
Un imbarazzo, quello del nostro governo (che questa sera si riunirà per dicutere della situazione libica), che il sottosegretario agli esteri Mantica spiega con la special relationship tra i due paesi che passa dai rapporti di affari, da Unicredit a Eni, dalla Finmeccanica alla Juventus. «Ci sono 1500 italiani che lavorano in Libia: abbiamo con questo paese un rapporto particolare, non solo dovuto al rapporto Gheddafi- Berlusconi».
Appunto, non solo. E comunque lo stesso argomento può essere rovesciato nel suo opposto, nel dovere del governo italiano di intervenire nel cortile di casa proprio in virtù dei buoni rapporti con Tripoli.
Invece il palpabile disalinneamento del nostro paese rispetto al resto dell’Occidente rischia di isolarlo anche rispetto alle richieste di allargare il problema del controllo dei confini all’intera Ue, come chiede il ministro dell’interno Maroni.
Ieri l’unico esponente del Carroccio a intervenire è stato il presidente della commissione esteri della camera Stefani, mentre non è un mistero che l’eventuale divorzio degli interessi italiani da Gheddafi non dispiace al Carroccio, il quale per esempio aveva sfruttato la scalata libica a Unicredit proprio per regolare i conti con l’amministratore delegato (ora ex) Alessandro Profumo. Ieri il rappresentante di una delle principali fondazioni bancarie azioniste del gruppo, Andrea Comba di Crt, si è detto preoccupato per gli eventi in corso a Tripoli, costringendo i vertici del gruppo a intervenire per gettare acqua sul fuoco in un giorno che ha visto il titolo crollare del 5,6 per cento.
Giovanni Cocconi


Fonte:http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/124720/la_special_relationship_imbarazza_frattini