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sabato 13 agosto 2011
Tremonti e Berlusconi presentano l'ennesima manovra. Ecco i provvedimenti in pillole (AMARE)
Ecco in sintesi le misure del testo del decreto entrato nel consiglio dei ministri.
AUTONOMI
Aumento della quota Irpef per gli autonomi, a partire dall'attuale 41% per i redditi oltre i 55mila euro.
TREDICESIME
I dipendenti delle amministrazioni pubbliche che non rispettano gli obiettivi di riduzione della spesa potrebbero perdere il pagamento della tredicesima mensilità.
TFR
Pagamento con due anni di ritardo dell'indennità di buonuscita dei lavoratori pubblici.
PENSIONI DONNE
Viene anticipato dal 2020 al 2015 il progressivo innalzamento a 65 anni (entro il 2027) dell'età pensionabile delle donne nel settore privato.
PROVINCE
Dalle prossime elezioni è prevista la soppressione delle Provincie sotto i 300mila abitanti, fusione dei Comuni sotto i mille abitanti, con sindaco anche assessore, e la riduzione dei componenti i Consigli regionali.
PONTI
Le festività infrasettimanali «non concordatarie» saranno accorpate alla domenica, ha spiegato in conferenza stampa il ministro Tremonti.
SCONTRINI
Tracciabilità di tutte le transazioni superiori ai 2.500 euro con comunicazione all'Agenzia delle entrate delle operazioni per le quali è prevista l'applicazione dell'Iva. È inoltre previsto l'inasprimento delle sanzioni, fino alla sospensione dell'attività, per la mancata emissione di fatture o scontrini fiscali.
PENSIONI ANZIANITÀ
Sono previsti interventi disincentivanti per le pensioni di anzianità, con anticipo al 2012 del requisito di 97 anni tra età anagrafica e anni di contribuzione.
CONTRIBUTO SOLIDARIETÀ
Viene esteso ai dipendenti privati la misura già in vigore per i dipendenti pubblici e per i pensionati: prelievo del 5% della parte di reddito eccedente i 90mila euro e del 10% della parte eccedente i 150mila.
MINISTERI
Previsto un taglio di 6 miliardi di euro nel 2012 e 2,5 nel 2013.
ENTI LOCALI
Verranno ridotti 6 miliardi di trasferimenti nel 2012 e 3,5 nel 2013. Per le regioni il peso della riduzione dei fondi è pari a 1 miliardo di euro. La sanità non verrà toccata.
PERDITE
Riduzione per le società al 62,5% della possibilità di abbattimento delle perdite.
RINNOVABILI
Torna l'ipotesi del taglio del 30% degli incentivi. Non potranno essere superiori alla media di quelli erogati negli altri Paesi d'Europa.
MERCATO ELETTRICO
Verso la divisione in tre macrozone (Nord, Centro, Sud).
SERVIZI PUBBLICI LOCALI
Si punta alla liberalizzazione e verranno incentivate le privatizzazioni.
RENDITE AL 20%
La misura vale circa 2 miliardi di euro. Esclusi i titoli di Stato che restano tassati al 12,5%.
Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-08-12/manovra-ferragosto-ecco-misure-200210.shtml?uuid=AaSOJuvD
Certo restano dei dubbi: riduzione del finanziamento ai partiti (anzi del rimborso), taglio alle spese militari, soppressione dei baracconi statali inutili, riorganizzazione complessivo dello stato con l'eliminazione totale delle province, emersione dell'evasione (quella vera), recupero delle imposte evase e condonate con lo scempio dello "scudo fiscale", revisione delle facilitazioni che lo Stato offre ai soliti noti (penso alle società sportive ma anche - ahimè -alla Chiesa Cattolica) ... non sarebbero stati interventi strutturali più seri?
giovedì 11 agosto 2011
Tassa sulle rendite e lotta all'evasione La ricetta di Tremonti contro la crisi
Tra le ipotesi il contenimento dei costi della politica e la piena liberalizzazione dei servizi pubblici. Ma la Bce chiede sacrifici anche sulle pensioni
ROMA
«Dobbiamo fare una manovra molto forte». È quanto ha annunciato il ministro dell'Economia Giulio Tremonti davanti alle commissioni Bilancio e Affari costituzionali di Camera e Senato. In particolare le misure più forti, ha detto, saranno sul 2012 e il 2013. I numeri di dettaglio sono in corso di elaborazione, la scelta politica di come baricentrarsi sul 2012 e sul 2013 è ancora scelta che dobbiamo fare e la presenteremo al consiglio dei ministri. E oggi - ha aggiunto Tremonti - c'è un incontro con il capo dello Stato». Il ministro dell'Economia ha poi illustrato i settori e gli ambiti d'intervento.
Costi della politica«Bisogna intervenire con maggior incisività sui costi della politica» ha spiegato Tremonti. «Dobbiamo tornare sulla materia non solo sui costi dei politici - ha aggiunto - non solo su quanto prendono ma anche su quanti sono. C'è un effetto di blocco, di manomorta».
Liberalizzazione dei servizi pubbliciPer rilanciare la crescita serve «la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali», dei "«servizi professionali e la privatizzazione su larga scala dei servizi locali».
Modifica dell'art.81Per Tremonti la modifica dell'articolo 81 della Costituzione per l'introduzione del vincolo obbligatorio del pareggio di bilancio è necessaria. «Dobbiamo cambiarlo perchè esiste un vincolo in tutta Europa. L'articolo 81 - ha spiegato - non costituisce un caso di successo, siamo arrivati a fare il terzo-quarto debito pubblico del mondo, un record che viene avvicinato da altri paesi. Tuttavia la nostra è posizione oggettivamente straordinaria in rapporto al Pil».
Tassa sulle rendite finanziarie«L'aliquota sulle rendite finanziarie potrebbe essere aumentata dal 12,5% al 20%».L'incremento progettato dal governo, ha spiegato, toccherà i titoli finanziari e non i titoli di Stato.
Lotta all'evasione
Allo studio del governo ci sono anche «forme più forti di contrasto all'evasione fiscale» in particolare nei casi di omessa fattura o scontrino.
Contributi di solidarietàDal lato delle entrate nel decreto che il governo varerà la prossima settimana possono essere previsti dei «contributi di solidarietà».
Diritto di licenziareSul mercato del lavoro ci sono le ipotesi di mettere in campo «una spinta verso la contrattazione a livello aziendale, il superamento di un sistema aziendale rigido e il licenziamento e la dismissione del personale compensato con meccanismi di assicurazione più felici», una «sorta di diritto di licenziare», ma «compensato con migliori posti di lavoro».
Pensioni d'anzianità e innalzamento dell'età minima delle donne
Il ministro dell'Economia ha elencato tutte le misure chieste dalla Bce, ma ha precisato che il governo non ha preso ancora nessuna decisione in merito. Tra queste ce n'è una che riguarda le pensioni d'anzianità e l'innalzamento dell'età di pensionamento delle donne nel settore privato.
«Dobbiamo fare una manovra molto forte». È quanto ha annunciato il ministro dell'Economia Giulio Tremonti davanti alle commissioni Bilancio e Affari costituzionali di Camera e Senato. In particolare le misure più forti, ha detto, saranno sul 2012 e il 2013. I numeri di dettaglio sono in corso di elaborazione, la scelta politica di come baricentrarsi sul 2012 e sul 2013 è ancora scelta che dobbiamo fare e la presenteremo al consiglio dei ministri. E oggi - ha aggiunto Tremonti - c'è un incontro con il capo dello Stato». Il ministro dell'Economia ha poi illustrato i settori e gli ambiti d'intervento.
Costi della politica«Bisogna intervenire con maggior incisività sui costi della politica» ha spiegato Tremonti. «Dobbiamo tornare sulla materia non solo sui costi dei politici - ha aggiunto - non solo su quanto prendono ma anche su quanti sono. C'è un effetto di blocco, di manomorta».
Liberalizzazione dei servizi pubbliciPer rilanciare la crescita serve «la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali», dei "«servizi professionali e la privatizzazione su larga scala dei servizi locali».
Modifica dell'art.81Per Tremonti la modifica dell'articolo 81 della Costituzione per l'introduzione del vincolo obbligatorio del pareggio di bilancio è necessaria. «Dobbiamo cambiarlo perchè esiste un vincolo in tutta Europa. L'articolo 81 - ha spiegato - non costituisce un caso di successo, siamo arrivati a fare il terzo-quarto debito pubblico del mondo, un record che viene avvicinato da altri paesi. Tuttavia la nostra è posizione oggettivamente straordinaria in rapporto al Pil».
Tassa sulle rendite finanziarie«L'aliquota sulle rendite finanziarie potrebbe essere aumentata dal 12,5% al 20%».L'incremento progettato dal governo, ha spiegato, toccherà i titoli finanziari e non i titoli di Stato.
Lotta all'evasione
Allo studio del governo ci sono anche «forme più forti di contrasto all'evasione fiscale» in particolare nei casi di omessa fattura o scontrino.
Contributi di solidarietàDal lato delle entrate nel decreto che il governo varerà la prossima settimana possono essere previsti dei «contributi di solidarietà».
Diritto di licenziareSul mercato del lavoro ci sono le ipotesi di mettere in campo «una spinta verso la contrattazione a livello aziendale, il superamento di un sistema aziendale rigido e il licenziamento e la dismissione del personale compensato con meccanismi di assicurazione più felici», una «sorta di diritto di licenziare», ma «compensato con migliori posti di lavoro».
Pensioni d'anzianità e innalzamento dell'età minima delle donne
Il ministro dell'Economia ha elencato tutte le misure chieste dalla Bce, ma ha precisato che il governo non ha preso ancora nessuna decisione in merito. Tra queste ce n'è una che riguarda le pensioni d'anzianità e l'innalzamento dell'età di pensionamento delle donne nel settore privato.
lunedì 1 agosto 2011
Nove impegni per la crescita
Leggo sul Sole 24 Ore di oggi (poco fa):
Dopo un avvio positivo i mercati europei hanno girato al ribasso con la pubblicazione dell'indice Ism manifatturiero americano, nettamente al di sotto delle attese. A Milano il FTSE MIB cede il 3,87%, con nuova giornata di passione per i bancari. Intesa Sanpaolo perde il 7,8%,Fondiaria - Sai il 9,2%. Il rendimento dei BTp torna sopra il 6%: lo spread col Bund balza al record di 355 punti. Mentre il franco svizzero tocca un nuovo record su euro e dollaro.
E sullo stesso giornale si invita ad attivarsi su 9 impegni concreti. Eccoli.
«Vede, Governatore, le cose in Italia si possono fare solo quando la casa brucia!»: fu questa l'accorata esclamazione con cui Giuliano Amato – allora presidente del Consiglio – accolse l'allora Governatore della Banca d'Italia Carlo Azeglio Ciampi quando questi andò a Palazzo Chigi in quelle ore roventi della crisi del settembre 1992. Il Governo Amato varò la famosa manovra da 90mila miliardi che permise all'economia italiana di passare, bruciacchiata ma non vinta, attraverso le fiamme dei mercati. Giulio Tremonti ha ottenuto ieri il sì del Parlamento su misure quadriennali da 48 miliardi di euro in questi giorni altrettanto roventi. Saranno sufficienti?
L'ultima asta dei Buoni del Tesoro poliennali (BTp) a 15 anni è stata sottoscritta a un tasso (5,9%) che è ai massimi dalla nascita dell'euro. Un segnale inequivoco. L'economia italiana deve assolutamente evitare il rischio dell'avvitamento della crisi con l'aumento dei tassi di interesse per finanziare i titoli del debito pubblico. Rigore e crescita sono un binomio inscindibile per impedire che l'Italia finisca in questo circolo vizioso. La manovra approvata ieri definitivamente va nella direzione giusta del pareggio di bilancio, ma è indispensabile una fase due che ponga la crescita al centro della politica economica. Il metodo della coesione ha dato buoni frutti e va riproposto su alcuni punti. Il Sole 24 Ore ne indica nove irrinunciabili. Non si tratta solo di agire su entrate e spese ma anche di adottare misure che segnino un cambiamento nel modo di operare della pubblica amministrazione e restituiscano agli operatori – cittadini e imprese – gradi di libertà e trasparenza nei rapporti con lo Stato.
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Nine commitments for growth
1 - Riduzione della tassazione sul lavoro che porti a un alleggerimento dell'Irap attraverso una rimodulazione dell'Iva. Questa ricomposizione darebbe più slancio al Pil, perché la riduzione del costo del lavoro agisce su competitività, prezzi e margini delle imprese e ampiamente compensa l'effetto negativo sui consumi dell'inasprimento dell'Iva. Per evitare che la maggior aliquota Iva finisca in maggiore evasione occorre potenziare gli strumenti di controllo.
2 -L'innalzamento dell'età pensionabile obbligatorio per tutti a 70 anni, accorciando il percorso che, con l'ultima manovra, farebbe raggiungere tale soglia nel 2050, per arrivarvi entro il 2020. Ciò permetterebbe di pagare pensioni più elevate e di ridurre gradualmente il carico dei contributi sociali molto elevati.
3 - L'Europa adotti eurobond (titoli di debito europeo) per sostenere i Paesi in difficoltà, evitando l'innalzamento nell'area euro dei tassi e garantendo la possibilità per tutti i Paesi membri di finanziarsi a costi accettabili. L'Efsf (ma si possono immaginare anche altri emittenti come la Bei o il nuovo veicolo Esm) potrebbe collocare bond fino a 2.000 miliardi (dagli attuali 225) con garanzie pari a circa 3.500 miliardi. Questa raccolta potrebbe servire anche a sostenere direttamente (e non a parole) investimenti in infrastrutture transnazionali con una importante ricaduta anche per l'Italia.
4 - Scossa forte sulle privatizzazioni a cominciare dalla Rai e dalle aziende di public utility oggi possedute da enti locali o da loro controllate. Al di là dei vantaggi diretti sul debito e quindi del risparmio sulla spesa per interessi, si ridurrebbe drasticamente l'intervento diretto della politica (e delle sue logiche spartitorie e di arricchimento) nella produzione di beni e servizi.
5 - Un piano di liberalizzazione di licenze e orari per tutte le attività del commercio, servizi, farmacie, para-farmacie e reti distributive. Liberalizzazione delle professioni. Potenziamento del ruolo dell'Antitrust. Adozione del principio per cui nessun cittadino e nessuna impresa sono tenuti a presentare certificazioni che sono già in possesso della pubblica amministrazione.
6 - Definire un patto di stabilità interno effettivamente non derogabile sui parametri dei costi standard per la spesa sanitaria.
7 - Aumento delle rette universitarie. Non c'è motivo per cui chi può permetterselo non debba pagare in modo adeguato l'investimento formativo dei figli. Gli studenti meritevoli e non abbienti vanno invece sostenuti con un sistema generoso e mirato di borse di studio e/o di prestiti (come in numerose esperienze straniere).
Ciò spingerebbe a migliorare nettamente la gestione delle università, perché ne farebbe dipendere il finanziamento in modo più marcato e diretto da quanto gli studenti versano. Abolizione del valore legale del titolo di studio, per cui non varrà più che un diploma ottenuto abbia lo stesso valore indipendentemente dalla bontà dell'ateneo in cui è stato conseguito.
8 - Trasparenza della pubblica amministrazione:una forte iniziativa con l'adozione di una legge per la libertà d'informazione ("Freedom of Information Act", secondo le migliori esperienze straniere). Questo consentirebbe di monitorare l'operato dei funzionari pubblici e li renderebbe più responsabili di inutili ritardi, evitando il rimpallo delle pratiche tra un ufficio e l'altro.
9 - Riduzione dei costi della politica: adeguamento immediato delle indennità dei parlamentari e del numero degli eletti alla media europea, abolizione delle Province e accorpamento dei Comuni più piccoli, dimezzamento delle rappresentanze dei consigli regionali, comunali e circoscrizionali e riduzione dei componenti dei cda di tutte le società controllate dagli enti locali. Queste scelte possono avere un significato speciale per restituire credibilità alle istituzioni.
Siamo ben consapevoli che la ricetta per la crescita è composta da molti ingredienti e che questa lista non li esaurisce certo tutti. Le imprese stesse devono agire sulla propria governance, patrimonializzazione, dimensione, innovazione come mostrano i sempre più numerosi casi di successo. Ma l'ingrediente principale è costituito dalla fiducia e queste misure ridarebbero slancio alla voglia di fare che negli imprenditori e nei lavoratori italiani non è mai venuta meno e che è il vero capitale del Paese.
Fonti:
http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2011-08-01/borse-asiatiche-festeggiano-accordo-081440.shtml?uuid=Aam4gqsD
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-07-16/nove-impegni-crescita-081016.shtml?uuid=AaNvVcoD
venerdì 15 luglio 2011
Manovra/ Dai ticket ai tagli dei bonus fiscali: ecco che cosa cambia
Oggi la manovra, già approvata dalla Camera, passerà al Senato.
Il PD ha garantito una rapida approvazione, pur votando no, per "fronteggiare" con la coesione nazionale auspicata dal Presidente Napolitano, la situazione economica internazionale. Però bisogna sapere quali sono le scelte del governo. Ecco un breve elenco.
La pensione un mese piu' tardi dal 2012 per chi ha 40 anni di contributi, la stretta sugli assegni previdenziali piu' alti, il ritorno del ticket da 10 euro, i tagli lineari a tutte le agevolazioni fiscali e la rimodulazione dell'aumento dell'imposta di bollo sui depositi titoli. Sono queste alcune delle principali novita' della manovra che ha avuto il via libera del Senato. Ora il provvedimento passa alla Camera dove sara' approvato definitivamente domani con il voto di fiducia. Il decreto legge vale a regime circa 48 miliardi al 2014. Nel complesso l'entita' della manovra lievita nel 2013-2014 oltre 70 miliardi di euro, compresa la delega fiscale, con le modifiche apportate al Senato. Ben il 60% delle nuove entrate arriveranno da nuovi tributi. L'effetto degli emendamenti riduce il deficit di ulteriori 22,608 miliardi al 2014 con miglioramenti del saldo pari a 2,103 miliardi nel 2011, 5,426 nel 2012, 6,529 nel 2013.
- SCATTA SUBITO TICKET SANITA': torna, da subito, il ticket sulla sanita' da 10 euro su visite e analisi. La copertura finanziaria che doveva garantire la sospensione del ticket fino al 31 dicembre 2011 viene ridotta da 486,5 milioni di euro a 105 milioni.
- RIMODULAZIONE PENSIONI ALTE: rivalutazione al 70% per gli assegni tra i 1.400 e 2.300 euro mentre viene azzerata oltre tale soglia.
- CONTRIBUTO SOLIDARIETA' PENSIONI D'ORO: sara' del 5% per le pensioni da 90mila euro e del 10% per quelle oltre i 150 mila euro.
- ANTICIPOAL 2013 AGGANCIO ETA' PENSIONI A SPERANZA VITA: anticipato al 2013 (dal 2014) l'aggancio dell'eta' pensionabile all'aumento della speranza di vita certificato dall'Istat.
- CON 40 ANNI CONTRIBUTI, IN PENSIONE 1 MESE DOPO DAL 2012: posticipo dell'uscita dal lavoro di 1 mese per chi matura i requisiti nel 2012, di 2 mesi per chi li matura nel 2013 e di 3 mesi per chi li matura nel 2014.
- TAGLI LINEARI AGEVOLAZIONI FISCALI: sotto la scure tutte le 483 voci di agevolazioni fiscali che valgono oltre 150 miliardi. Il taglio scatta subito ma non si applichera' nel caso in cui entro il 30 settembre 2013 sara' esercitata la delega fiscale. L'intervento comportera' un aumento della pressione fiscale di circa l'1%. Tra le voci da tagliare figli a carico, spese sanitarie e di istruzione, redditi da lavoro dipendente, asili nido, studenti universitari, ristrutturazioni edilizie, terzo settore, Onlus, Iva, accise e crediti d'imposta. Riduzione del 5% per l'anno 2013 e del 20% dal 2014. Il gettito previsto a copertura del deficit e' di 4 miliardi nel 2013 e 20 nel 2014.
- IMPOSTA DI BOLLO SU DEPOSITI TITOLI RIMODULATA: con periodicita' annuale sara' di 34,20 euro per gli importi inferiori ai 50mila euro, di 70 euro per quelli pari o superiori ai 50mila euro e inferiori ai 150mila euro; di 240 euro per importi pari o superiori ai 150mila euro e inferiori ai 500mila euro; di 680 euro per importi pari o superiori a 500mila euro. Dal 2013 l'imposta con periodicita' annuale sara' di 230 euro per gli importi pari o superiori ai 50mila euro e inferiori a 150 mila; di 780 euro per importi pari o superiori a 150mila euro e inferiori a 500mila euro e di 1.100 euro per importi pari o superiori a 500mila euro.
- NOVITA' PATTO STABILITA': entra il coefficiente di correzione connesso alla dinamica nel miglioramento conseguito dalle singole amministrazioni rispetto alle precedenti con riguardo ai parametri di virtuosita' dei Comuni. Salta il parametro di virtuosita' su rapporto tra spesa in conto capitale, finanziata con risorse proprie e spesa corrente. Tra i criteri di merito la convergenza verso i fabbisogni standard previsti dal federalismo.
- LIBERALIZZAZIONE PROFESSIONI: il governo avanzera' alle categorie interessate proposte di riforma in materia di liberalizzazione dei servizi e delle attivita' economiche. In caso contrario, trascorso il termine di 8 mesi dalla data di entrata in vigore della manovra "cio' che non sara' espressamente vietato sara' libero".
- AMMORTAMENTI BENI CONCESSIONARI: aumento dell'Irap dello 0,3% dal 3,9 al 4,2% per i concessionari non autostradali e salta il tetto al 2% della deducibilita' delle quote di ammortamento dei costi sostenuti per i beni gratuitamente devolvibili. Per le concessioni autostrade e trafori resta confermata la riduzione della deducibilita' delle somme accantonate nel cosiddetto fondo di ripristino dal 5 all'1%.
- INCOMPATIBILITA' GIUDICI TRIBUTARI: esclusa l'operativita' delle limitazioni territoriali nel caso in cui il coniuge i conviventi, i parenti o gli affini del giudice siano iscritti ad albi professionali nell'ambito regionale ovvero nelle regioni o province confinanti con la regione con cui ha sede la Commissione tributaria provinciale o regionale.
- PIANO PRIVATIZZAZIONI ENTRO 2013: entro il 31 dicembre del 2013 il ministero dell'Economia approvera' uno o piu' programmi per la dismissione di partecipazioni azionarie dello Stato e di enti pubblici non territoriali. Il ministro riferira' al Parlamento entro il 30 giugno di ogni anno sullo stato di attuazione del piano.
- BONUS E STOCK OPTION: aumenta la base imponibile su bonus e stock option sottoposte ad aliquota addizionale del 10%. L'aliquota che ora si applica per la quota che eccede il triplo della parte fissa della retribuzione, per effetto della modifica si applichera' per la parte eccedente l'importo corrispondente alla parte fissa della retribuzione.
- ACCISE: confermati gli aumenti a partire dal 2012.
- FORFAIT IMPRESE GIOVANI: il forfettone al 5% per i giovani che aprono un'attivita' potra' essere utilizzato fino al 35esimo anno di eta' senza il vincolo dei quattro anni di durata.
Fonte: http://affaritaliani.libero.it/economia/manovra140711.html
Il PD ha garantito una rapida approvazione, pur votando no, per "fronteggiare" con la coesione nazionale auspicata dal Presidente Napolitano, la situazione economica internazionale. Però bisogna sapere quali sono le scelte del governo. Ecco un breve elenco.
La pensione un mese piu' tardi dal 2012 per chi ha 40 anni di contributi, la stretta sugli assegni previdenziali piu' alti, il ritorno del ticket da 10 euro, i tagli lineari a tutte le agevolazioni fiscali e la rimodulazione dell'aumento dell'imposta di bollo sui depositi titoli. Sono queste alcune delle principali novita' della manovra che ha avuto il via libera del Senato. Ora il provvedimento passa alla Camera dove sara' approvato definitivamente domani con il voto di fiducia. Il decreto legge vale a regime circa 48 miliardi al 2014. Nel complesso l'entita' della manovra lievita nel 2013-2014 oltre 70 miliardi di euro, compresa la delega fiscale, con le modifiche apportate al Senato. Ben il 60% delle nuove entrate arriveranno da nuovi tributi. L'effetto degli emendamenti riduce il deficit di ulteriori 22,608 miliardi al 2014 con miglioramenti del saldo pari a 2,103 miliardi nel 2011, 5,426 nel 2012, 6,529 nel 2013.
- SCATTA SUBITO TICKET SANITA': torna, da subito, il ticket sulla sanita' da 10 euro su visite e analisi. La copertura finanziaria che doveva garantire la sospensione del ticket fino al 31 dicembre 2011 viene ridotta da 486,5 milioni di euro a 105 milioni.
- RIMODULAZIONE PENSIONI ALTE: rivalutazione al 70% per gli assegni tra i 1.400 e 2.300 euro mentre viene azzerata oltre tale soglia.
- CONTRIBUTO SOLIDARIETA' PENSIONI D'ORO: sara' del 5% per le pensioni da 90mila euro e del 10% per quelle oltre i 150 mila euro.
- ANTICIPOAL 2013 AGGANCIO ETA' PENSIONI A SPERANZA VITA: anticipato al 2013 (dal 2014) l'aggancio dell'eta' pensionabile all'aumento della speranza di vita certificato dall'Istat.
- CON 40 ANNI CONTRIBUTI, IN PENSIONE 1 MESE DOPO DAL 2012: posticipo dell'uscita dal lavoro di 1 mese per chi matura i requisiti nel 2012, di 2 mesi per chi li matura nel 2013 e di 3 mesi per chi li matura nel 2014.
- TAGLI LINEARI AGEVOLAZIONI FISCALI: sotto la scure tutte le 483 voci di agevolazioni fiscali che valgono oltre 150 miliardi. Il taglio scatta subito ma non si applichera' nel caso in cui entro il 30 settembre 2013 sara' esercitata la delega fiscale. L'intervento comportera' un aumento della pressione fiscale di circa l'1%. Tra le voci da tagliare figli a carico, spese sanitarie e di istruzione, redditi da lavoro dipendente, asili nido, studenti universitari, ristrutturazioni edilizie, terzo settore, Onlus, Iva, accise e crediti d'imposta. Riduzione del 5% per l'anno 2013 e del 20% dal 2014. Il gettito previsto a copertura del deficit e' di 4 miliardi nel 2013 e 20 nel 2014.
- IMPOSTA DI BOLLO SU DEPOSITI TITOLI RIMODULATA: con periodicita' annuale sara' di 34,20 euro per gli importi inferiori ai 50mila euro, di 70 euro per quelli pari o superiori ai 50mila euro e inferiori ai 150mila euro; di 240 euro per importi pari o superiori ai 150mila euro e inferiori ai 500mila euro; di 680 euro per importi pari o superiori a 500mila euro. Dal 2013 l'imposta con periodicita' annuale sara' di 230 euro per gli importi pari o superiori ai 50mila euro e inferiori a 150 mila; di 780 euro per importi pari o superiori a 150mila euro e inferiori a 500mila euro e di 1.100 euro per importi pari o superiori a 500mila euro.
- NOVITA' PATTO STABILITA': entra il coefficiente di correzione connesso alla dinamica nel miglioramento conseguito dalle singole amministrazioni rispetto alle precedenti con riguardo ai parametri di virtuosita' dei Comuni. Salta il parametro di virtuosita' su rapporto tra spesa in conto capitale, finanziata con risorse proprie e spesa corrente. Tra i criteri di merito la convergenza verso i fabbisogni standard previsti dal federalismo.
- LIBERALIZZAZIONE PROFESSIONI: il governo avanzera' alle categorie interessate proposte di riforma in materia di liberalizzazione dei servizi e delle attivita' economiche. In caso contrario, trascorso il termine di 8 mesi dalla data di entrata in vigore della manovra "cio' che non sara' espressamente vietato sara' libero".
- AMMORTAMENTI BENI CONCESSIONARI: aumento dell'Irap dello 0,3% dal 3,9 al 4,2% per i concessionari non autostradali e salta il tetto al 2% della deducibilita' delle quote di ammortamento dei costi sostenuti per i beni gratuitamente devolvibili. Per le concessioni autostrade e trafori resta confermata la riduzione della deducibilita' delle somme accantonate nel cosiddetto fondo di ripristino dal 5 all'1%.
- INCOMPATIBILITA' GIUDICI TRIBUTARI: esclusa l'operativita' delle limitazioni territoriali nel caso in cui il coniuge i conviventi, i parenti o gli affini del giudice siano iscritti ad albi professionali nell'ambito regionale ovvero nelle regioni o province confinanti con la regione con cui ha sede la Commissione tributaria provinciale o regionale.
- PIANO PRIVATIZZAZIONI ENTRO 2013: entro il 31 dicembre del 2013 il ministero dell'Economia approvera' uno o piu' programmi per la dismissione di partecipazioni azionarie dello Stato e di enti pubblici non territoriali. Il ministro riferira' al Parlamento entro il 30 giugno di ogni anno sullo stato di attuazione del piano.
- BONUS E STOCK OPTION: aumenta la base imponibile su bonus e stock option sottoposte ad aliquota addizionale del 10%. L'aliquota che ora si applica per la quota che eccede il triplo della parte fissa della retribuzione, per effetto della modifica si applichera' per la parte eccedente l'importo corrispondente alla parte fissa della retribuzione.
- ACCISE: confermati gli aumenti a partire dal 2012.
- FORFAIT IMPRESE GIOVANI: il forfettone al 5% per i giovani che aprono un'attivita' potra' essere utilizzato fino al 35esimo anno di eta' senza il vincolo dei quattro anni di durata.
Fonte: http://affaritaliani.libero.it/economia/manovra140711.html
domenica 12 giugno 2011
"Questa Italia è contro i giovani"
I GIOVANI IMPRENDITORI A CONVEGNO A SANTA MARGHERITA LIGURE
Quest’Italia è «contro i giovani» ma non bisogna arrendersi ed è necessario alzare la testa: penalizzando le giovani generazioni non si portà ottenere «una robusta crescita economica». È il messaggio lanciato dal presidente dei Giovani Imprenditori, Jacopo Morelli in apertura del 41esimo convegno di Santa Margherita Ligure. «L’Italia non è un Paese per giovani, ma l’obiettivo è diventarlo», ha spiegato, perchè «nulla è più irresponsabile che sprecare una generazione».
«Non ci arrendiamo - ha detto Morelli - a un Paese che non è, e non sembra voler diventare, un Paese per giovani. Non ci arrendiamo dinanzi alle difficoltà e non ci rassegniamo, perchè abbiamo le capacità per affrontare e vincere le grandi battaglie di un mondo globale». Oggi, ha proseguito Morelli, «continuando a penalizzare le nuove generazioni, le loro forze, i loro talenti, sarà impossibile ottenere una robusta crescita economica, condizione indispensabile per garantire un avvenire sereno all’intera nazione». Morelli invita la politica a intervenire: «È necessario rimuovere gli ostacoli, innovare, interpretare la velocità con cui il mondo cambia: sono interventi da porre al centro dell’agire civile e della politica».
La grande questione dell’Italia di oggi, ha detto ancora, «è avere i giovani come i veri protagonisti. Stiamo sacrificando, sull’altare dei diritti acquisiti, i diritti delle nuove generazioni: un lavoro meglio remunerato, un’istruzione al passo con i tempi, una prospettiva di crescita personale e professionale. Stiamo difendendo disparità di trattamento, non giustificabili nè sul piano etico, nè su quello dell’efficienza e della competitività, dimenticando gli equilibri tra le generazioni e lo scambio, consapevole, dall’una all’altra».
Confindustria chiede, in concreto, di abbassare le tasse ai giovani: «Meno tasse significa più risorse disponibili, per consumare o per risparmiare. È così, anche, che si risponde all’ansia di chi deve, in autonomia, costruire il proprio futuro. Un nostro laureato, fra i 25 e i 34 anni, guadagna l’80% della media della retribuzione dei laureati nel loro complesso: nei paesi Ocse è il 90%, nel Regno Unito siamo al 96%».
La realtà, sottolinea Morelli, «non sta migliorando. La disoccupazione giovanile è in crescita: la crisi ha penalizzato i più giovani. In Italia per ogni 5 disoccupati, 4 sono giovani, contro 1,4 in Germania e 2,4 nell’area euro». È impossibile, aggiunge, «ignorare questi aspetti, mentre è allo studio una riforma fiscale. Così come deve esserci spazio per una riduzione delle aliquote a vantaggio delle donne occupate. Sarebbe una scommessa vincente puntare sulla capacità e sul coraggio delle donne».
Fonte: http://www3.lastampa.it/economia/sezioni/articolo/lstp/406605/
sabato 16 aprile 2011
La povertà è anche relazionale e culturale
L'Altotevere e i suoi problemi
di Pierluigi Bruschi
Forse di fronte alle povertà in così forte aumento e alla contemporanea riduzione di risorse a esse destinate da parte del governo nazionale e di quelli locali, sarà bene tentare una riflessione che ci porti a individuare vie nuove per affrontare un fenomeno che ha assunto caratteristiche diverse da quelle che conosciamo o immaginiamo. Questo modello economico, avendo distrutto il lavoro, ha creato la povertà più evidente, quella appunto di tipo materiale, ma lentamente ha indebolito anche quel tessuto sociale che era fatto di comunità che convivevano attraverso le loro forme di aggregazione e solidarietà e ha prodotto separazione e individualismo. La povertà insomma è anche di tipo relazionale e culturale, per dirla con i sociologi, e ha assunto un carattere multidimensionale. Non si tratta soltanto della solitudine di tanti anziani, che in molti casi è per essi l’unica e vera sofferenza, ma del giovane che si rinchiude in se stesso e si estranea dalla famiglia e dagli amici, dell’adulto che non riuscendo a ritrovare il lavoro si vergogna, si sente fallito e desiste, dell’immigrato che non riesce a inserirsi, del bambino che non riceve amore. E si potrebbe continuare...
Da una interessante analisi che si sta conducendo sui risultati dei fondi di solidarietà istituiti dai vescovi due anni fa in varie regioni, compresa la nostra, emerge una nuova area di sofferenze e povertà nascoste, una zona in cui non c’è più solo il bianco e il nero ma molto grigio da interpretare. L’area estrema, quella cioè di chi sta male, è identificabile, la grigia no, o meglio inizia ora a svelarsi ma con difficoltà perché, come si legge in uno di questi rapporti, «l’accettazione psicologica di trovarsi in una situazione di bisogno rende più facile chiedere aiuto, mentre il coraggio della miseria degli italiani rimane nascosto e silenzioso e si accompagna a un profondo senso di vergogna e fallimento esistenziale. Il problema è che da noi che siamo fuori dall’area grigia, e pensiamo di rimanerci anche per il futuro, la fragilità economica, sociale, psicologica viene rimossa a fenomeno che riguarda altri, i miserabili, verso i quali dobbiamo comunque essere compassionevoli. Cosa diversa se considerassimo la fragilità un potenziale destino comune, che pone ognuno in uno stato di vulnerabilità, rispetto alla quale occorre affrontare sistemi collettivi di solidarietà e mutualità».
Ecco, i nostri sistemi collettivi non sono più adeguati e forse neanche la classe dirigente è capace di interpretare questi nuovi segni e di rivedere le categorie concettuali per le politiche sociali. Bisognerebbe iniziare a comprendere che il ruolo dell’assistenza sociale non può essere solo di tipo organizzativo e pratico ma deve produrre processi di responsabilizzazione. Il problema non si risolve cioè con il soddisfacimento immediato di un bisogno, che, fra l’altro, si ripresenta subito dopo, ma con la costruzione di un percorso che aiuti il soggetto a uscire dalla situazione di disagio. Questo si può fare con una forte collaborazione fra tutte le strutture pubbliche e private, gli organismi e le associazioni del volontariato, per costruire un metodo di intervento strutturale, attraverso una sussidiarietà integrativa e non sostitutiva del pubblico. L’obiettivo è di stimolare un impegno diffuso, mettendo insieme protagonismo sociale e intervento pubblico per creare una rete che sappia contrastare con efficacia povertà ed esclusione sociale. Queste diverse esperienze, tutte insieme, sono necessarie per creare un modello di politiche sociali che non assolva solo al compito di fornire prestazioni e portare aiuto, ma che assuma anche una funzione educativa, che promuova la cultura della condivisione e della solidarietà, affinché sempre più persone si accorgano della sofferenza altrui e si facciano carico del loro prossimo bisognoso. Una persona emarginata se accanto all’aiuto del servizio sociale riceve anche attenzione e accoglimento dalla comunità in cui vive (il condominio, il quartiere, la parrocchia ecc.), risolve il suo problema, altrimenti no. Insomma non è solo questione di soldi per il sociale ma molto di più.
di Pierluigi Bruschi
Forse di fronte alle povertà in così forte aumento e alla contemporanea riduzione di risorse a esse destinate da parte del governo nazionale e di quelli locali, sarà bene tentare una riflessione che ci porti a individuare vie nuove per affrontare un fenomeno che ha assunto caratteristiche diverse da quelle che conosciamo o immaginiamo. Questo modello economico, avendo distrutto il lavoro, ha creato la povertà più evidente, quella appunto di tipo materiale, ma lentamente ha indebolito anche quel tessuto sociale che era fatto di comunità che convivevano attraverso le loro forme di aggregazione e solidarietà e ha prodotto separazione e individualismo. La povertà insomma è anche di tipo relazionale e culturale, per dirla con i sociologi, e ha assunto un carattere multidimensionale. Non si tratta soltanto della solitudine di tanti anziani, che in molti casi è per essi l’unica e vera sofferenza, ma del giovane che si rinchiude in se stesso e si estranea dalla famiglia e dagli amici, dell’adulto che non riuscendo a ritrovare il lavoro si vergogna, si sente fallito e desiste, dell’immigrato che non riesce a inserirsi, del bambino che non riceve amore. E si potrebbe continuare...
Da una interessante analisi che si sta conducendo sui risultati dei fondi di solidarietà istituiti dai vescovi due anni fa in varie regioni, compresa la nostra, emerge una nuova area di sofferenze e povertà nascoste, una zona in cui non c’è più solo il bianco e il nero ma molto grigio da interpretare. L’area estrema, quella cioè di chi sta male, è identificabile, la grigia no, o meglio inizia ora a svelarsi ma con difficoltà perché, come si legge in uno di questi rapporti, «l’accettazione psicologica di trovarsi in una situazione di bisogno rende più facile chiedere aiuto, mentre il coraggio della miseria degli italiani rimane nascosto e silenzioso e si accompagna a un profondo senso di vergogna e fallimento esistenziale. Il problema è che da noi che siamo fuori dall’area grigia, e pensiamo di rimanerci anche per il futuro, la fragilità economica, sociale, psicologica viene rimossa a fenomeno che riguarda altri, i miserabili, verso i quali dobbiamo comunque essere compassionevoli. Cosa diversa se considerassimo la fragilità un potenziale destino comune, che pone ognuno in uno stato di vulnerabilità, rispetto alla quale occorre affrontare sistemi collettivi di solidarietà e mutualità».
Ecco, i nostri sistemi collettivi non sono più adeguati e forse neanche la classe dirigente è capace di interpretare questi nuovi segni e di rivedere le categorie concettuali per le politiche sociali. Bisognerebbe iniziare a comprendere che il ruolo dell’assistenza sociale non può essere solo di tipo organizzativo e pratico ma deve produrre processi di responsabilizzazione. Il problema non si risolve cioè con il soddisfacimento immediato di un bisogno, che, fra l’altro, si ripresenta subito dopo, ma con la costruzione di un percorso che aiuti il soggetto a uscire dalla situazione di disagio. Questo si può fare con una forte collaborazione fra tutte le strutture pubbliche e private, gli organismi e le associazioni del volontariato, per costruire un metodo di intervento strutturale, attraverso una sussidiarietà integrativa e non sostitutiva del pubblico. L’obiettivo è di stimolare un impegno diffuso, mettendo insieme protagonismo sociale e intervento pubblico per creare una rete che sappia contrastare con efficacia povertà ed esclusione sociale. Queste diverse esperienze, tutte insieme, sono necessarie per creare un modello di politiche sociali che non assolva solo al compito di fornire prestazioni e portare aiuto, ma che assuma anche una funzione educativa, che promuova la cultura della condivisione e della solidarietà, affinché sempre più persone si accorgano della sofferenza altrui e si facciano carico del loro prossimo bisognoso. Una persona emarginata se accanto all’aiuto del servizio sociale riceve anche attenzione e accoglimento dalla comunità in cui vive (il condominio, il quartiere, la parrocchia ecc.), risolve il suo problema, altrimenti no. Insomma non è solo questione di soldi per il sociale ma molto di più.
giovedì 14 aprile 2011
E la crisi peggiora...
Circa mille persone in Altotevere tirano avanti grazie alla busta viveri che la Caritas distribuisce ogni settimana
di Enzo Rossi
Ogni settimana la Caritas tifernate distribuisce circa 300 buste viveri ad altrettante famiglie di Città di Castello e San Giustino. Ciò significa che oggi, nella parte più ricca dell’Umbria, un migliaio di persone sopravvivono grazie al contributo di un’associazione benefica. E almeno un terzo di esse sono italiane. È un dato fisiologico, si potrebbe eccepire, visto che quei mille cittadini rappresentano appena il due per cento scarso della popolazione dei due comuni altotiberini. Ma fermarsi al semplice elemento statistico sarebbe un errore, perché le ripercussioni della crisi economica sulla nostra realtà sociale hanno radici ben più profonde e complesse di quanto possa apparire a prima vista. E poi non tutti coloro che sono in difficoltà si rivolgono alla Caritas.
Un altro elemento, apparentemente distante, può aiutarci a comprendere meglio la situazione. Riguarda i tagli ai fondi statali di carattere sociale effettuati dall’ultima legge finanziaria. Ne ha parlato diffusamente Rodrigo Rivas nello scorso numero de l’altrapagina. Le diverse voci di spesa che compongono il bilancio del welfare nel 2009 hanno subito una riduzione nei confronti dell’anno precedente del 30,5% e nel 2010 riguardo al 2009 c’è stata una ulteriore sforbiciata del 15,9%. Ma il taglio incredibile è avvenuto nel 2011 rispetto al 2010: meno 76,3%. Un colpo di mannaia che in quattro anni (dal 2008 al 2011) ha ridotto i fondi statali di carattere sociale da 2.520 milioni di euro a 349,4. Con voci come “Fondo inclusione immigrati” e “Fondo servizi all’infanzia” che nel 2011 sono state completamente azzerate, mentre il “Fondo per le politiche della famiglia” è sceso dai 346,5 milioni del 2008 ai 52,5 del 2011.
Ma questi tagli che ripercussioni avranno in Altotevere e in particolare a Città di Castello? Nel 2011, ci dicono i funzionari del comune tifernate, disporremo di circa 350 mila euro in meno da destinare alla spesa sociale, con una riduzione delle entrate di circa il 25% rispetto all’anno precedente. Un taglio importante, ma ancora gestibile, perché nel 2011 il Comune introita i fondi stanziati nel 2010. Questo ritardo, una volta tanto “provvidenziale”, permette all’Amministrazione di sopravvivere ancora per un altro anno. Le previsioni per il 2012 sono invece catastrofiche. Ai comuni, compreso quindi quello di Città di Castello, verranno a mancare buona parte dei soldi stanziati dallo Stato e dalla Regione che costituiscono più o meno il 50% del fondo per le spese sociali. L’altro 50% è a carico del Comune, che difficilmente riuscirà a garantire lo stesso stanziamento dell’anno precedente. E allora diventa più che mai importante una gestione oculata delle pochissime risorse disponibili. Comunque tagli ci saranno, fin da quest’anno. Ma dove e come intervenire, con il bisturi o con l’accetta, lo dovrà stabilire la politica. Il pro sindaco Bacchetta, soprattutto in questo periodo elettorale, non ha alcuna voglia di entrare nei dettagli e si mantiene sulle generali. Ci parla di due nuovi servizi che dovranno entrare in funzione tra poco: il Centro Alzheimer di Trestina e il Centro diurno per minori disabili di Piosina. Due progetti della durata di tre anni finanziati dal Prina (Programma regionale per la non autosufficienza). Poi… si vedrà. «La situazione è drammatica» ci dice il pro sindaco tifernate. «I comuni sono stretti in una morsa che non lascia loro vie d’uscita. Da un lato ci sono i tagli incredibili sulle spese correnti, quelli di cui stiamo parlando, e dall’altro il Patto di stabilità che non ci permette di fare investimenti, nonostante ci siano soldi a disposizione». Ma, insistiamo, il Comune quali spese taglierà? «Un po’ tutte – ribatte Bacchetta – perché nessuna voce del bilancio sociale può essere azzerata a cuor leggero. E allora è preferibile fare un taglio orizzontale». Eppure sono in molti a chiedersi se, viste le difficoltà, non sia il caso di rivedere il meccanismo dei contributi a pioggia elargiti ai gruppi più disparati. «Certo, alcune scelte dovranno essere rimesse in discussione. E forse è il caso di avviare rapporti diversi con imprenditori privati interessati a destinare una parte delle loro risorse a garantire servizi per le fasce più deboli della popolazione». Non sarà facile, però, trovare mecenati totalmente disinteressati.
L’altra faccia della crisi, quella che riguarda le attività produttive, ce la descrive Alessandro Piergentili, segretario Cgil dell’Altotevere. «Nell’area di Città di Castello e San Giustino – dice – nel 2010 hanno perso il lavoro circa 370 persone. Soprattutto giovani e donne. Alcuni hanno usufruito degli ammortizzatori sociali, altri no, purtroppo». E ciò nonostante si sia tentato in tutti i modi consentiti dalla legge di utilizzare al massimo la Cassa integrazione ordinaria e quella in deroga, per cercare di non buttar fuori i lavoratori e non perdere le loro professionalità. «Si è trattato – precisa Piergentili – di un impegno congiunto che ha coinvolto sindacati e datori di lavoro, oltre che l’Amministrazione comunale, la quale ha cercato, attraverso accordi con le banche, di agevolare la possibilità di utilizzo del Trattamento di fine rapporto».
La crisi comunque si fa sentire in modo pesante, soprattutto tra i precari e i lavoratori meno garantiti. Gli stagionali, prevalentemente stranieri, che lavorano nel tabacco, per esempio, si contendono in maniera accanita le giornate disponibili. Un certo numero di giorni lavorati consente infatti di poter usufruire dell’indennità di disoccupazione: una boccata d’ossigeno che permette al salariato di tirare avanti ancora per un altro po’ di tempo.
Alessandro Piergentili, nonostante il quadro non certo rassicurante, ritiene che l’Altotevere abbia comunque le capacità e le potenzialità per uscire dalla crisi. Ci sono delle eccellenze, dice, che vanno valorizzate. E da lì occorre ripartire. Basta pensare al settore grafico-editoriale, conosciuto in tutta Italia, per rendersene conto (il gruppo Pigini di Loreto, per esempio, ha rilevato la Ponti editoriale e tra poco avvierà parte della sua attività a Città di Castello). Ci vuole però una politica in grado di ripensare in maniera organica lo sviluppo di questo territorio in modo da renderlo di nuovo protagonista. «Sarebbe un errore – conclude il segretario Cgil – pensare che per uscire dalla crisi si debbano utilizzare le forme più bieche di sfruttamento dei lavoratori».
Intanto, in attesa di una nuova politica che fa fatica ad affermarsi, tocca ancora alla Caritas farsi carico delle necessità dei più deboli. E spesso, come ci fa notare Paola Biccheri responsabile del Banco alimentare di Riosecco, sono proprio le donne a subire gli effetti più pesanti della crisi. Donne separate oppure con il marito in carcere che devono comunque provvedere al mantenimento della famiglia. Ed è per questo che la “busta viveri” viene richiesta da un numero crescente di famiglie, mentre usufruiscono del servizio mensa circa 40-45 persone al giorno, tra cui anche «diversi italiani anziani».
di Enzo Rossi
Ogni settimana la Caritas tifernate distribuisce circa 300 buste viveri ad altrettante famiglie di Città di Castello e San Giustino. Ciò significa che oggi, nella parte più ricca dell’Umbria, un migliaio di persone sopravvivono grazie al contributo di un’associazione benefica. E almeno un terzo di esse sono italiane. È un dato fisiologico, si potrebbe eccepire, visto che quei mille cittadini rappresentano appena il due per cento scarso della popolazione dei due comuni altotiberini. Ma fermarsi al semplice elemento statistico sarebbe un errore, perché le ripercussioni della crisi economica sulla nostra realtà sociale hanno radici ben più profonde e complesse di quanto possa apparire a prima vista. E poi non tutti coloro che sono in difficoltà si rivolgono alla Caritas.
Un altro elemento, apparentemente distante, può aiutarci a comprendere meglio la situazione. Riguarda i tagli ai fondi statali di carattere sociale effettuati dall’ultima legge finanziaria. Ne ha parlato diffusamente Rodrigo Rivas nello scorso numero de l’altrapagina. Le diverse voci di spesa che compongono il bilancio del welfare nel 2009 hanno subito una riduzione nei confronti dell’anno precedente del 30,5% e nel 2010 riguardo al 2009 c’è stata una ulteriore sforbiciata del 15,9%. Ma il taglio incredibile è avvenuto nel 2011 rispetto al 2010: meno 76,3%. Un colpo di mannaia che in quattro anni (dal 2008 al 2011) ha ridotto i fondi statali di carattere sociale da 2.520 milioni di euro a 349,4. Con voci come “Fondo inclusione immigrati” e “Fondo servizi all’infanzia” che nel 2011 sono state completamente azzerate, mentre il “Fondo per le politiche della famiglia” è sceso dai 346,5 milioni del 2008 ai 52,5 del 2011.
Ma questi tagli che ripercussioni avranno in Altotevere e in particolare a Città di Castello? Nel 2011, ci dicono i funzionari del comune tifernate, disporremo di circa 350 mila euro in meno da destinare alla spesa sociale, con una riduzione delle entrate di circa il 25% rispetto all’anno precedente. Un taglio importante, ma ancora gestibile, perché nel 2011 il Comune introita i fondi stanziati nel 2010. Questo ritardo, una volta tanto “provvidenziale”, permette all’Amministrazione di sopravvivere ancora per un altro anno. Le previsioni per il 2012 sono invece catastrofiche. Ai comuni, compreso quindi quello di Città di Castello, verranno a mancare buona parte dei soldi stanziati dallo Stato e dalla Regione che costituiscono più o meno il 50% del fondo per le spese sociali. L’altro 50% è a carico del Comune, che difficilmente riuscirà a garantire lo stesso stanziamento dell’anno precedente. E allora diventa più che mai importante una gestione oculata delle pochissime risorse disponibili. Comunque tagli ci saranno, fin da quest’anno. Ma dove e come intervenire, con il bisturi o con l’accetta, lo dovrà stabilire la politica. Il pro sindaco Bacchetta, soprattutto in questo periodo elettorale, non ha alcuna voglia di entrare nei dettagli e si mantiene sulle generali. Ci parla di due nuovi servizi che dovranno entrare in funzione tra poco: il Centro Alzheimer di Trestina e il Centro diurno per minori disabili di Piosina. Due progetti della durata di tre anni finanziati dal Prina (Programma regionale per la non autosufficienza). Poi… si vedrà. «La situazione è drammatica» ci dice il pro sindaco tifernate. «I comuni sono stretti in una morsa che non lascia loro vie d’uscita. Da un lato ci sono i tagli incredibili sulle spese correnti, quelli di cui stiamo parlando, e dall’altro il Patto di stabilità che non ci permette di fare investimenti, nonostante ci siano soldi a disposizione». Ma, insistiamo, il Comune quali spese taglierà? «Un po’ tutte – ribatte Bacchetta – perché nessuna voce del bilancio sociale può essere azzerata a cuor leggero. E allora è preferibile fare un taglio orizzontale». Eppure sono in molti a chiedersi se, viste le difficoltà, non sia il caso di rivedere il meccanismo dei contributi a pioggia elargiti ai gruppi più disparati. «Certo, alcune scelte dovranno essere rimesse in discussione. E forse è il caso di avviare rapporti diversi con imprenditori privati interessati a destinare una parte delle loro risorse a garantire servizi per le fasce più deboli della popolazione». Non sarà facile, però, trovare mecenati totalmente disinteressati.
L’altra faccia della crisi, quella che riguarda le attività produttive, ce la descrive Alessandro Piergentili, segretario Cgil dell’Altotevere. «Nell’area di Città di Castello e San Giustino – dice – nel 2010 hanno perso il lavoro circa 370 persone. Soprattutto giovani e donne. Alcuni hanno usufruito degli ammortizzatori sociali, altri no, purtroppo». E ciò nonostante si sia tentato in tutti i modi consentiti dalla legge di utilizzare al massimo la Cassa integrazione ordinaria e quella in deroga, per cercare di non buttar fuori i lavoratori e non perdere le loro professionalità. «Si è trattato – precisa Piergentili – di un impegno congiunto che ha coinvolto sindacati e datori di lavoro, oltre che l’Amministrazione comunale, la quale ha cercato, attraverso accordi con le banche, di agevolare la possibilità di utilizzo del Trattamento di fine rapporto».
La crisi comunque si fa sentire in modo pesante, soprattutto tra i precari e i lavoratori meno garantiti. Gli stagionali, prevalentemente stranieri, che lavorano nel tabacco, per esempio, si contendono in maniera accanita le giornate disponibili. Un certo numero di giorni lavorati consente infatti di poter usufruire dell’indennità di disoccupazione: una boccata d’ossigeno che permette al salariato di tirare avanti ancora per un altro po’ di tempo.
Alessandro Piergentili, nonostante il quadro non certo rassicurante, ritiene che l’Altotevere abbia comunque le capacità e le potenzialità per uscire dalla crisi. Ci sono delle eccellenze, dice, che vanno valorizzate. E da lì occorre ripartire. Basta pensare al settore grafico-editoriale, conosciuto in tutta Italia, per rendersene conto (il gruppo Pigini di Loreto, per esempio, ha rilevato la Ponti editoriale e tra poco avvierà parte della sua attività a Città di Castello). Ci vuole però una politica in grado di ripensare in maniera organica lo sviluppo di questo territorio in modo da renderlo di nuovo protagonista. «Sarebbe un errore – conclude il segretario Cgil – pensare che per uscire dalla crisi si debbano utilizzare le forme più bieche di sfruttamento dei lavoratori».
Intanto, in attesa di una nuova politica che fa fatica ad affermarsi, tocca ancora alla Caritas farsi carico delle necessità dei più deboli. E spesso, come ci fa notare Paola Biccheri responsabile del Banco alimentare di Riosecco, sono proprio le donne a subire gli effetti più pesanti della crisi. Donne separate oppure con il marito in carcere che devono comunque provvedere al mantenimento della famiglia. Ed è per questo che la “busta viveri” viene richiesta da un numero crescente di famiglie, mentre usufruiscono del servizio mensa circa 40-45 persone al giorno, tra cui anche «diversi italiani anziani».
domenica 10 aprile 2011
Le due Italie del lavoro che non si parlano
Orgoglio Precario è il titolo della trasmissione Ominibus in onda stamattina su La7 dove vari esponenti della cultura e dell'economia commentano la giornata di protesta in piazza a Roma. Alla TV ne dicono delle belle, con la solita italica tendenza a difendere la propria corporazione.
L'evento ha avuto qualche risonanza sulla stampa italiana. Mi è piaciuto l'intervento equilibrato e schietto (clicca qui) di Enrico Deaglio su La Stampa: invito la lettura.
Intanto ecco l'incipit:
Una manifestazione nazionale dei lavoratori precari, come quella di ieri, articolata in varie fasi e in varie città, sarebbe stata impensabile anche solo un anno fa e rappresenta un importante sviluppo economico-sociale.Segnalo inoltre la riflessione di Andrea Sarubbi sul suo blog (clicca qui), laddove dice, a partire da una riflessione di Enzo Bianchi, priore di Bose, sulla radice comune delle parole Preghiera e Precario, che c'è una generazione che non può strutturalmente fare scelte decise (e decisive) sulla loro vita:
I precari, infatti, tradizionalmente sono cani sciolti, con diversissime storie personali, ai quali la continua mobilità rende comunque difficile, in via normale, un’azione comune. Assunti a termine, pagati, di solito non molto, e poi arrivederci e grazie. Una simile situazione può anche essere accettabile se esiste una sorta di patto implicito in base al quale questi spezzoni di lavoro, a termine o a tempo parziale, si possono trasformare in un lavoro vero entro un ragionevole intervallo di tempo. In questo caso l’attività precaria può costituire una sorta di apprendistato, anomalo ma in grado di insegnare una professione; non è invece possibile restare apprendisti - o precari - per tutta la vita.
Con la crisi economica la durata del precariato si è allungata, la sua natura è cambiata. I precari, in grande maggioranza giovani, diventano lavoratori-cuscinetto che assorbono direttamente i colpi della crisi e quindi, implicitamente, forniscono un riparo ai lavori più sicuri degli altri. Il caso più evidente è quello dell’Alitalia quando per i dipendenti a tempo indeterminato si negoziò una lunghissima, e quindi privilegiata, cassa integrazione, mentre i precari rimasero sostanzialmente a bocca asciutta. Per questo il rapporto con il sindacato è molto difficile anche se la Cgil, che ha appoggiato le manifestazioni di ieri, fa di tutto per ricucire uno strappo generazionale. Non basta però, rendere più difficile il licenziamento, come appunto la Cgil propone, occorre rendere più facili le assunzioni a tempo indeterminato. E questo si può fare soltanto cercando di imboccare a tutti i costi un sentiero di crescita, un argomento di cui il Paese, apparentemente troppo occupato con il teatrino della politica, con gli insulti tra parlamentari e le barzellette sconce del presidente del Consiglio, si dimentica allegramente.
Oggi, invece, la categoria del “per sempre” è scomparsa, sostituita da quella del “finché dura”: vale per le relazioni di coppia, con il calo dei matrimoni e l’aumento delle convivenze; vale per il mercato immobiliare, con il calo delle compravendite e l’aumento degli affitti; vale per gli stili di vita, perché quando mancano prospettive di lungo termine prevale spesso la voglia di godersi l’attimo anziché quella di investire sul dopo.
sabato 26 febbraio 2011
La CGIL comunica la chiusura di un'azienda storica di Città di Castello: in 13 senza lavoro
Il giorno 24 febbraio 2011 presso la Camera del Lavoro Cgil di Città di Castello si è svolta una riunione tra i 13 dipendenti della Azienda Cartolibraria Tiberina srl di Città di Castello, Marida Fiorucci dell’Ufficio vertenze legali della Cgil, Mauro Moriconi della Slc Cgil e Alessandro Piergentili della Cgil Alta Umbria, per esaminare la situazione determinatasi in seguito alle decisione del giudice e del titolare e per intraprendere le necessarie iniziative di tutela.
L’azienda infatti ha cessato l’attività, il giorno 04 febbraio, per effetto di procedura fallimentare intentata da diversi soggetti. La decisione del Giudice, che ha determinato il blocco dell’attività produttiva e la nomina dei curatori, ha aggravato la situazione di disagio degli stessi dipendenti che, prevalentemente donne, non avevano ricevuto le ultime retribuzioni.
La procedura fallimentare ha determinato la chiusura di una azienda storica della realtà dell’Alto Tevere per quanto riguarda il settore, con un ulteriore colpo al territorio ed alla occupazione. Gli stessi dipendenti, essendo una realtà produttiva sotto i 15 addetti non hanno diritto agli ammortizzatori sociali, previsti per le aziende industriali, rimanendo ulteriormente penalizzati.
Nell’incontro si è deciso, anche in seguito ai contatti ed alle verifiche tecniche già avviati con la Amministrazione Comunale di Città di Castello, di richiedere l’attivazione del fondo di solidarietà per dare un sostegno economico immediato agli stessi dipendenti.
Di chiedere alla Regione dell’Umbria la attivazione degli strumenti di ammortizzatori sociali in deroga al fine di permettere di affrontare la situazione drammatica che si è presentata con uno strumento di sostegno.
Di attivare tutte le iniziative di tutela delle mancate retribuzioni e del TFR (diversi dipendenti hanno una anzianità di circa 30 anni) per affrontare gli adempimenti giuridici e burocratici previsti dalla e procedure concorsuali.
E’ necessario uno sforzo eccezionale per dare risposte immediate e concrete.
Al di là delle cause specifiche che hanno determinato la chiusura di questa azienda, tale atto rappresenta un colpo pesante all’economia del territorio ed alle persone che si sono viste nel giro di pochi giorni chiudere l’azienda e perdere il lavoro, con un grave danno sociale, umano ed economico.
Vengono purtroppo riconfermate le preoccupazioni già ampiamente denunciate dalla Cgil sulla situazione di crisi che sta colpendo il nostro Paese e sulle peculiarità del settore grafico-cartaio-cartotecnico di Città di Castello che sta subendo processi di crisi pesanti per il sistema produttivo e per le persone. E' sempre più necessaria una reazione sia locale che nazionale per affrontare la crisi che sta dilaniando il tessuto sociale ed economico del Paese e del territorio e per dare prospettiva ai lavoratori ed alle lavoratrici.
Vengono purtroppo riconfermate le preoccupazioni già ampiamente denunciate dalla Cgil sulla situazione di crisi che sta colpendo il nostro Paese e sulle peculiarità del settore grafico-cartaio-cartotecnico di Città di Castello che sta subendo processi di crisi pesanti per il sistema produttivo e per le persone. E' sempre più necessaria una reazione sia locale che nazionale per affrontare la crisi che sta dilaniando il tessuto sociale ed economico del Paese e del territorio e per dare prospettiva ai lavoratori ed alle lavoratrici.
Alessandro Piergentili - CGIL alta Umbria
venerdì 25 febbraio 2011
Anno d'oro per Berlusconi, incassati 118 milioni di dividendi
La crisi economica non tocca la famiglia Berlusconi. Almeno questo è quello che si può ricavare, guardando i risultati delle società legate al premier. Nel 2010 Silvio Berlusconi ha incassato, dalle sue società, ben 118 milioni; Marina Berlusconi - proprietaria della Holding Italiana Quarta - incassa 12 milioni; Piersilvio - a capo della Holding Italiana Quinta - si deve accontentare di 5 milioni; Barbara, Eleonora e Luigi - titolari della Holding Italiana Quattordicesima - hanno avuto 10 milioni a testa.
Restano alte le riserve liquide delle società: le Holding Prima, Seconda, Terza e Ottava, in totale, hanno una riserva di 544 milioni, a cui può accedere il geometra Spinelli per pagare le decine di escort che ferquentano regolarmente Villa San Martino ad Arcore. Per Marina sono conservati invece 90 milioni; 213 per Piersilvio. I tre figli di Veronica Lario, invece, possono contare su 339 milioni per qualsiasi evenienza.
Insomma, non credo che avranno problemi di pensione, in futuro.
Ma questa notizia ve l'ha data il TG1? E il TG2? E il TG3? E il TG5? Ah...
mercoledì 23 febbraio 2011
PERCHE' L'ITALIA NON SI RIVOLTA ?
Perché non ci ribelliamo? In Italia la disoccupazione giovanile è al 29%, la più alta d'Europa. Tutti noi genitori abbiamo il problema dei figli, quasi sempre laureati, che non trovano lavoro o che devono accettare ingaggi precari molto al di sotto del loro titolo di studio, senza nessuna prospettiva per il futuro (questo è stato uno degli elementi scatenanti della rivolta tunisina innescata da un ingegnere costretto a fare il venditore ambulante e, impeditagli anche la bancarella, si è dato fuoco).
Tutti gli scandali più recenti, dal "caso Mastella" in poi, ci dicono che la classe dirigente italiana, intesa come mixage di politici, amministratori pubblici, imprenditori, finanzieri, speculatori, esponenti dello star system, piazzano i propri figli, nipoti, generi, amici degli amici, in posti di lavoro ben remunerati e sicuri.
Del resto nemmeno un chirurgo, nel nostro Paese, può fare il chirurgo se non ha gli agganci giusti con questa o quella banda di potere. Perché il sistema clientelare di Mastella non è il "sistema Mastella" è il sistema dell'intera classe dirigente italiana. Se non altro Mastella ha lo spudorato coraggio e la spudorata onestà di non farne mistero.
I ceti popolari sono stati espulsi da Milano e mandati nell'hinterland, in "non luoghi" direbbe Biondillo, che hanno il nome di paesi ma non sono paesi, perché non hanno una piazza, una chiesa, un cinema, un luogo di aggregazione.
Le deportazione dei ceti popolari ha distrutto Milano, città interclassista dove nei quartieri del centro, Brera, Garibaldi, Pirelli abitava accanto al suo operaio, il primo, naturalmente, in un palazzo di Caccia Dominioni, il secondo in una casa di ringhiera. Questa interfecondazione dava alla città una straordinaria vivacità che è andata inesorabilmente perduta. Oggi una giovane coppia non può trovar casa a Milano, né in affitto né tantomeno in proprietà nemmeno con mutui che impegnino tre o quattro generazioni. Quando ci si lamenta che certe zone periferiche, come viale Padova, sono state occupate più o meno illegalmente dagli immigrati, si sbaglia perché se non altro hanno restituito un po' di vita, e in particolare una vita notturna a una città che non ne ha più se non in quei quattro o cinque bordelli di lusso, a tutti noti, che ogni tanto vengono chiusi per eccesso di escort e di droga. In questi posti senti uomini fra i quaranta e i sessanta fare discorsi di questo tipo: «Domani parto per New York, poi faccio un salto a Boston e ritorno in Italia via Tailandia dove mi fermerò una decina di giorni». Se per caso ti capita di parlargli e gli chiedi: «Scusi, lei che lavoro fa?», le risposte son vaghe. In genere si dicono finanzieri, intermediari, immobiliaristi.
Quando agli inizi degli anni '70 era già cominciata la deportazione dei milanesi verso l'hinterland, lo Iacp, Istituto Autonomo Case Popolari, non dava i suoi appartamenti alla povera gente, ma a politici, amministratori locali, giornalisti, in genere socialisti perché, prima del ribaltone della Lega, Milano, è stata governata da sindaci del Psi (Aniasi, Tognoli, Pilliteri, gli ultimi).
È ovvio che il centro di Milano, depauperato dei suoi ceti popolari, sia abitato oggi solo dai ricchi. Noi milanesi le case di piazza del Carmine, di via Moscova, di via della Spiga, di via Statuto possiamo solo sfiorarle e occhieggiarne i lussuosi androni. Meno ovvio è che il Pio Albergo Trivulzio, la Baggina come la chiamiamo noi, che ha accumulato un ingente patrimonio immobiliare, grazie a dei benefattori che intendevano, con ciò, non solo alleviare la condizione dei vecchi soli e invalidi ma anche che i loro quattrini avessero un utilizzo sociale, svenda questo patrimonio, con affitti o vendite "low cost" come si dice elegantemente oggi, a politici, amministratori, manager, immobiliaristi, speculatori, modelle, giornalisti, che di questo "aiutino" non avrebbero alcun bisogno, sottraendo risorse a chi il bisogno ce l'ha.
Io bazzico bar frequentati da impiegati, da piccoli manager, da lavoratori del terziario e un'antica piscina meneghina, la Canottieri Milano, dove si sono rifugiati, come in uno zoo per animali in estinzione, i cittadini di una Milano che fu, gente anziana. Tutti schiumano rabbia impotente di fronte a queste storie dei figli delle oligarchie del potere che hanno il posto assicurato o delle case del centro occupate "low cost" da queste stesse oligarchie o dai loro pargoli (nello scandalo del Pio Albergo Trivulzio c'è un nipote di Pilliteri, una figlia di Ligresti). Queste cose li colpiscono più dei truffoni di Berlusconi perché toccano direttamente la loro carne.
Schiumano rabbia ma non si ribellano.
Perché?
Le ragioni, secondo me, sono sostanzialmente due. In questo Paese il più pulito c'ha la rogna. Quasi tutti hanno delle magagne nascoste, magari veniali, ma ce l'hanno. Non che sia gente in partenza disonesta. Ma, com'è noto, la mela marcia scaccia quella buona. Se "così fan tutti", tanto vale che lo faccia anch'io. Così ragiona il cittadino. Per resistere a quel "tanto vale" ci vuole una corazza morale da santo o da martire o da masochista.
La seconda ragione sta in una mancanza di vitalità. Basterebbe una spallata di due giorni, come quella tunisina, una rivolta popolare disarmata ma violenta disposta a lasciare sul campo qualche morto per abbattere queste oligarchie, queste aristocrazie mascherate che, come i nobili di un tempo, si passano potere e privilegi di padre in figlio, senza nemmeno avere gli obblighi delle aristocrazie storiche. Ma in Tunisia l'età media è di 32 anni, da noi di 43. Siamo vecchi, siamo rassegnati, siamo disposti a farci tosare come pecore e comandare come asini al basto. Solo una crisi economica cupissima potrebbe spingere la popolazione a ribellarsi. Perché quando arriva la fame cessa il tempo delle chiacchiere e la parola passa alla violenza. La sacrosanta violenza popolare. Come abbiamo visto in Tunisia e in Egitto, come vediamo in Libia o in Bahrein (in culo al colossale Barnum del Circuito di Formula Uno, che è, in sé, uno schiaffo alla povera gente di quel mondo).
Massimo Fini
Fonte: www.ilfattoquotidiano.it
Link: http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/02/22/perche-non-ci-ribelliamo-in-italia-la/93334/
22.02.2011
mercoledì 2 febbraio 2011
Scendono i redditi delle famiglie
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ROMA - La crisi taglia la ricchezza degli italiani. Nel 2009, secondo il rapporto dell'Istat sul «Reddito disponibile delle famiglie nelle Regioni» nel periodo 2006-2009, si è registrato un calo del 2,7% del reddito disponibile, che ha segnato così la prima flessione dal 1995. La recessione ha portato a «un progressivo ridursi del tasso di crescita del reddito disponibile nazionale», che nel 2006, cioè prima dell'esplosione della crisi finanziaria, aveva mostrato una crescita del 3,5%.
NORD PIÙ COLPITO - L'impatto della crisi economica ha colpito duro soprattutto al Nord, mentre per le famiglie meridionali sembrano aver subito in misura minore gli effetti della recessione. Nel 2009, precisa l'Istituto di statistica, l'impatto del calo del reddito è stato più forte nel settentrione (-4,1 per cento nel Nord-ovest e -3,4 per cento nel Nord-est) e più contenuto al Centro (-1,8 per cento) e nel Mezzogiorno (-1,2 per cento).
REDDITI CONCENTRATO - Nel periodo 2006-2009 il reddito disponibile delle famiglie italiane si è concentrato, in media, per circa il 53 per cento nelle regioni del Nord, per il 26 per cento circa nel Mezzogiorno e per il restante 21 per cento nel Centro. Nel periodo considerato tale distribuzione ha mostrato alcune variazioni che hanno interessato principalmente il Nord-ovest, il quale ha visto diminuire la sua quota di 0,6 punti percentuali (dal 31,1 del 2006 al 30,5 per cento nel 2009) a favore di Centro e Mezzogiorno (+0,4 e +0,2 punti percentuali rispettivamente). La quota di reddito disponibile delle Famiglie del Nord-est è rimasta invariata al 22 per cento.
REGIONE PER REGIONE - Il forte calo del reddito disponibile nel Nord-ovest nel 2009, spiega l'Istat, è da imputarsi alla cattiva performance di Piemonte e Lombardia. In Piemonte, infatti, c'è stata una forte contrazione dell'input di lavoro dipendente e, di conseguenza, dei relativi redditi da lavoro; la Lombardia sconta, invece, la battuta d'arresto degli utili distribuiti dalle imprese.Calabria e Sicilia sono le uniche regioni italiane in cui il reddito delle famiglie ha mostrato tassi di crescita lievemente positivi; in tali regioni, peraltro, anche la dinamica del Pil è stata migliore che altrove. Il Sud ha anche beneficiato di una tenuta degli interessi netti ricevuti dalle famiglie, spiegata in parte dalla loro minor propensione agli investimenti rischiosi. Anche nel 2008, a fronte di un aumento del reddito disponibile nazionale del 2,3%, il Nord-ovest ha registrato il tasso di crescita più contenuto (+1,8%), a causa della debole dinamica di Lombardia e Liguria (+1,2 e +1,8% rispettivamente). Al Nord la crescita più sostenuta si è avuta nel Nord-est, dove si sono distinte le performance di Friuli-Venezia Giulia, Veneto e Trento (+5, +4,3 e +3,6%), le migliori a livello nazionale.
Centro e Mezzogiorno hanno evidenziato tassi di crescita prossimi alla media nazionale e pari, rispettivamente, a +2,5 e +2,2%. Al Centro, il valore del Lazio è risultato quello più elevato (+2,9%), mentre al Sud si sono distinti quelli di Abruzzo e Basilicata (+3,4 e +3,1%). Le regioni con i tassi di crescita del reddito delle famiglie più modesti sono state Molise e Calabria (+0,8 e +1,1%). Fino al 2008 le famiglie residenti nel Nord-ovest hanno fatto registrare il più elevato reddito disponibile per abitante, ma nel 2009 il primato è passato al Nord-est, dove Bolzano ha scavalcato l'Emilia Romagna in testa alla graduatoria. In tale anno il reddito disponibile per abitante al Sud è diminuito meno che nelle altre ripartizioni, anche se il divario nei livelli di reddito procapite rimane significativo. Le regioni settentrionali presentano ancora i livelli di reddito procapite più elevati e quelle meridionali i livelli più bassi, mentre le regioni centrali occupano una posizione intermedia, con la sola eccezione della Toscana, più simile alle regioni settentrionali.
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