sabato 23 aprile 2011

Il PD umbro e le energie rinnovabili


Con una serie di iniziative sui territori della nostra regione, il PD umbro ha deciso di assumersi la responsabilità di un ruolo altrimenti vacante. Cioè, ha scelto di riportare in mezzo alle persone la discussione politica, quella per troppo tempo riservata alle sole burocrazie o ai tanti “particulari”. Una di queste discussioni, resa urgente dalle grandi sfide del nostro tempo, riguarda la diffusione delle “energie rinnovabili”. Un tema strategico che, appena sfiorato da Berlusconi, si è trasformato in un caravanserraglio di decisioni contraddittorie: prima con il decreto di agosto 2010 e con il dl “salva Alcoa”, poi con la decisione di Romani di fermare tutto e, per finire, con un immobilismo che può diventare fonte di scelte letali. Insomma: il governo si muove senza un piano, senza una prospettiva.
Eppure, nel 2008 gli è stata attribuita la delega per definire una “Strategia Energetica Nazionale” (d.l. 112/2008). Ma definire una strategia nazionale equivale, per il centrodestra, ad un imperdonabile atto di apostasia. E poi, se proponi un percorso, puoi turbare le rendite, le situazioni di oligopolio. Quindi di “Strategia Energetica Nazionale” non se ne parla perché ci sono altre priorità. Energia rinnovabile e industria sono dunque poca cosa rispetto alle vicende giudiziarie del premier.
Proviamo allora a fissare noi un breve e incompleto sommario che indicizza temi noti e arcinoti.
1. Negli ultimi tempi il fabbisogno di energia elettrica in Italia e in Europa ha subito una forte riduzione. Complice la crisi, ovviamente, ma anche l’entrata a regime di politiche di risparmio ed efficienza energetica. È questo un terreno sul quale mai smettere di cimentarsi, usando, dov’è opportuno, la leva normativa. In Gran Bretagna, ad esempio, tutti i nuovi edifici residenziali al 2016 dovranno essere a emissioni zero. L’edilizia e la pianificazione urbanistica vanno dunque concepiti come punti fondamentali della “green economy”. L’Umbria – con la legge sulla sostenibilità ambientale degli interventi urbanistici ed edilizi – è già in cammino. Non bisogna però fermarsi agli edifici e procedere a fare almeno tre cose: ripensare i modelli insediativi ed edilizi; adeguare le reti di trasporto e distribuzione; promuovere una costante educazione al risparmio energetico.
2. Sulle fonti rinnovabili propriamente dette bisogna fare una premessa. L’Italia è partita in ritardo rispetto agli altri paesi e gli incentivi a queste collegate andavano a colmare un gap. Oggi, in assenza di una vera politica industriale, rincorrere non basta più. Ci sono ormai paesi leader sui settori maturi per costi e tecnologia (Cina per il fotovoltaico, Germania per l’eolico). Ciò non è privo di conseguenze. Se guardiamo i dati del fotovoltaico, scopriamo che il 75% delle aziende italiane lavora nella parte della filiera meno redditizia. A monte, dove ci sono margini superiori, operano solo imprese straniere e ciò determina un ingente deflusso di margini di guadagno dall’Italia a detrimento degli operatori nazionali. Questo è il risultato del “letale far niente” del governo in carica. Dove concentrare gli sforzi? Sulla ricerca e sullo sviluppo di tecnologie nascenti sulle quali invece vantiamo una leadership (solare a concentrazione e biocarburanti di seconda generazione), prendendo un respiro più profondo e con lo sguardo lungo. Il governo in carica aveva tra le mani uno strumento adeguato: Industria 2015. Purtroppo l’ha svuotato e con i “danè” (pubblici) ci abbiamo pagato gli sforamenti delle quote latte.
3. Probabilmente sono da rivedere le forme di incentivazione, agevolando solo impianti di rinnovabili in grado di esibire una sostenibilità economica di medio lungo periodo (non stiamo parlando degli impianti casalinghi). Perché, ad esempio, impianti eolici che funzionano per poco più di mille ore all’anno si sostengono grazie a incentivi molto generosi e a meccanismi di rendita finanziaria. È un sistema caliginoso che spesso porta con sé speculazioni, uso “disinvolto” dei suoli e lascia margini di opacità dentro cui può assumere un ruolo la criminalità organizzata. Stesso discorso – sempre relativo alla sostenibilità economica – può essere fatto per gli impianti a terra nelle pianure, che talora sottraggono, per motivi speculativi, risorse all’agricoltura.
4. Collegato al precedente, il tema dei costi che pesano su famiglie e imprese. Se vogliamo incrementare la produzione di energia rinnovabile inseguendo gli obiettivi della Germania (che stima di raggiungere il 60% di energia verde da qui al 2050) bisogna forse seguirne il modello anche per quel che riguarda gli incentivi (come suggerisce Enel) oppure procedere ad un trasferimento del costo dell’incentivazione dalle bollette alla fiscalità generale (è la posizione di AEEG).
5. Ultimo argomento: le reti. Oggi, in Italia ci sono zone in cui la rete elettrica non è in grado di ricevere e smistare l’energia prodotta dalle rinnovabili (ma viene pagata ugualmente). Inoltre, c’è l’esigenza di gestire la produzione di energia da fonti rinnovabili (tendenzialmente discontinua) attraverso le cosiddette “reti intelligenti” (smart grid). In assenza di interventi, aumenteranno le diseconomie e i costi di connessione e gestione.

La complessità delle questioni in gioco, e che abbiamo provato sommariamente ad illustrare richiedono una politica energetica e una politica industriale (che non ci sono). Richiederebbero anche una politica energetica europea per integrare i vari sistemi continentali, realizzare l’interconnessione dell’intero spazio mediterraneo e procedere a definire una sorta di “divisione del lavoro” per valorizzare competenze, specificità e storie industriali.
Al nostro Paese non servono pillole nucleari ma un progetto e un governo. Proprio ciò che oggi manca.
È allora importante che il PD si muova su questo terreno, mettendo in piazza tutta la complessità delle questioni e il loro carattere eminentemente pubblico, favorendo discussioni che sottraggono il tema delle energie alla visibilità dei cittadini. E poiché l’energia determina, in qualche maniera, la forma della società in cui vogliamo vivere, l’argomento merita uno speciale trattamento.
On. Carlo Emanuele Trappolino   ---    Deputato Partito Democratico
  Sergio Santini   ------    Resp. Dipartimento Ecologia Pd Umbro

venerdì 22 aprile 2011

...cosa c'è di meglio di un bel primo maggio al supermercato?

"Io, commessa invisibile a Roma
costretta a lavorare il 1° maggio"

Cristina, una giovane addetta alle vendite che il giorno della festa dei lavoratori dovrà stare in negozio, come molti altri, perché la giunta capitolina ha stabilito che il commercio non si ferma, scrive al sindaco

"Caro Alemanno ti scrivo.
Sì, ti scrivo per esprimere il punto di vista di un'addetta vendita (laureata, che parla 3 lingue), in merito alla decisione di tenere i negozi aperti domenica 1 Maggio, Festa dei Lavoratori. Forse tu non sai cosa voglia dire lavorare nel commercio. Provo a spiegartelo io.

Vuol dire dimenticarsi di cenare a un orario normale con la tua famiglia, perché se il negozio chiude alle 21.00 o alle 22.00 arrivi a casa in "seconda serata".

Vuol dire non avere un weekend col proprio fidanzato, col proprio marito, coi propri figli perché il sabato e la domenica per te non esistono. In compenso hai il tuo giorno di riposo in mezzo alla settimana quando invece tuo marito lavora e i tuoi figli sono a scuola.

Vuol dire sorridere davanti ai telegiornali, quando senti che in parlamento si discute animatamente se tenere o meno gli uffici chiusi per festeggiare i 150 anni dell'Unità d'Italia. Sai già che tu non rientri in questo discorso. Sai già che se gli altri italiani festeggiano, tu, italiana come i parlamentari, lavorerai. Magari con una coccarda tricolore appesa alla divisa, ma lavorerai.

E questo discorso vale per molte altre festività civili o religiose che siano (1 novembre, l'8 dicembre, il 6 gennaio, il 25 aprile, il 2 e 29 giugno, il 15 agosto). Per te queste sono solo date. Quasi ti scordi che cosa simboleggiano. Per alcuni rientra in questo elenco anche il 26 dicembre e il lunedì dopo Pasqua.

Questo è il settore del commercio: dove la vendita è lo scopo, il cliente è la preda, il dipendente è lo strumento. E lo strumento deve essere sempre disponibile. Io l'ho accettato, consapevole di questi sacrifici, per necessità. Non ho mai detto nulla e mai mi sono lamentata. Fino ad oggi

Il 1 Maggio a Roma c'è la beatificazione di Papa Giovanni Paolo II. Evento eccezionale, certamente, ma che altrettanto certamente non deve intaccare la possibilità di festeggiare l'unica festa nazionale civile rimasta al lavoratore commesso: la festa del lavoro. E il mio non può considerarsi di certo uno di quei mestieri che non conoscono riposo in quanto fortemente necessari al cittadino come può essere il medico, l'infermiere, il poliziotto. Il mio è quello di commessa di abbigliamento. Un bene che non è certo di prima necessità. Io non offro servizio al cittadino. Io offro lo sfizio. E il 1 maggio un turista può rinunciare allo sfizio.

LEGGI Negozi aperti il Primo Maggio, infuria la polemica

Liberalizzare il 1 maggio non significa "favorire quel lavoratore che vuole lavorare", come ritiene il presidente della Confcommercio capitolina Cesare Pambianchi. Significa favorire il datore di lavoro che fa lavorare il dipendente. E se è vero che il dipendente può rifiutare la prestazione lavorativa richiesta dal datore di lavoro, è altrettanto vero che come effetto quest'ultimo ci metta un attimo a porre fine al tuo contratto quasi sempre malato di precarietà cronica.

Grazie a te, caro Alemanno, magari i turisti saranno più contenti ma metà dei tuoi cittadini, quegli anonimi invisibili commessi del centro storico, a cui voi politici chiedete ogni volta se per loro c'è qualche "convenzione" straordinaria per avere degli sconti... ecco, loro lo saranno un po' meno.

Auguri e buone feste".

Cristina su repubblica.it
(25 anni)

(a cura di Giulia Cerino)

giovedì 21 aprile 2011

Primo maggio: da festa dei lavoratori, per diritti e progresso, per tutti, specialmente i più deboli, a festa dei "finti liberisti" sfruttatori, per il commercio e il regresso, sociale, economico e culturale

Negozi aperti il 1° maggio. Sindacati contro Renzi

Niente da fare, il Primo maggio rimane la festa dei lavoratori e lo shopping in quel giorno non s‘ha da fare. Il sindacato toscano in modo unitario, ed è già una notizia di questi tempi, dichiara guerra all’apertura dei negozi nelle città e proclama lo sciopero regionale in tutti i comuni toscani che decideranno invece di aprire il bandone.

Nel mirino Firenze, dove l’ordinanza del sindaco Matteo Renzi, favorevole all’apertura, è già stata al centro di feroci polemiche, con il sindacato schierato compatto per una mobilitazione cittadina in un primo tempo, divenuta in seguito sciopero regionale, e Renzi che ha accusato di indire uno sciopero ad personam. Amministrazioni comunali e sindacato su fronti opposti anche a Siena e a Massa Carrara dove le ordinanze lasciano ai negozi facoltà di aprire. Lo stesso vale per molte località della costa, sul versante pisano e lucchese, in Versilia, a Viareggio e a Forte dei Marmi, ma anche a Pietrasanta, e a Castiglione della Pescaia e a Follonica per il grossetano. Serrande chiuse a metà ad Arezzo dove in realtà il sindaco ha optato per la chiusura, ma poi la coincidenza con la tradizionale fiera dell’artigianato, come ogni prima domenica del mese, ha prodotto un accordo che prevede l’apertura per le attività commerciali situate in prossimità dell’area della fiera, ma esclusivamente per quelle che vendono artigianato e prodotti tipici. La posizione non soddisfa affatto gli altri commercianti, tanto che ancora potrebbe non essere ancora detta l’ultima parola. «C’è un gran subbuglio - dice Viviana Romanotti della Filcams Cgil di Arezzo - il sindaco ci ha riconvocati per domani, staremo a vedere». Insomma, i negozianti aretini tirano in ballo i turisti, a dir loro bisognosi di acquisti nel giorno del Primo maggio, e premono per tenere aperto il negozio, tutti, indipendentemente dai generi venduti. Per vedere come andrà a finire, sarà necessario attendere ancora qualche giorno.

A portare alta la bandiera della rossa toscana rimangono invece, Livorno e Pistoia, compresa Montecatini, e le città di Grosseto, Pisa e Lucca che tuttavia, hanno previsto deroghe per la costa. Infine, sorpresa delle sorprese, sale sul carro dei lavoratori la città di Prato, governata dal centro destra. Uno smacco secondo il sindacato, uno schiaffo a tutti quei comuni di centro sinistra che di anno in anno si stanno attrezzando per demolire pezzo per pezzo un patrimonio giudicato sacro e inviolabile solo poco tempo fa. «La verità è che deleghiamo alle amministrazioni di destra la difesa del Primo maggio», dice il segretario regionale di Fisascat Cisl Carlo Di Paola.

Ma il sindacato non è disposto a cedere terreno, non su questa battaglia e non ora che il tema del lavoro è diventato uno spartiacque generazionale tra i contrattualizzati di ieri, sempre meno, e i precari di oggi che invece crescono a dismisura.

Una guerra simbolica, ma tenace che assume di giorno in giorno toni sempre più aspri e della quale il sindaco di Firenze Renzi, per il secondo anno schierato per l’apertura, è stato protagonista fin dall’inizio, dando il via a un vero braccio di ferro con il sindacato. «Il sindaco di Firenze non è, suo malgrado, l’ombelico del mondo e, nonostante il suo delirio di onnipotenza e la sua ossessione per il protagonismo, siamo costretti a dargli una cattiva notizia - si legge in una nota congiunta del sindacato - Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl, e Uiltcus regionali, così come l’anno scorso, proclamano per il Primo maggio uno sciopero regionale, per l’intera giornata, per tutto il settore del commercio, in tutti i comuni della Toscana che hanno deciso unilateralmente di violare le norme vigenti in materia di codice del commercio regionale. 50mila firme di liberi cittadini a proposito vorranno pur dire qualcosa». A irritare il sindacato è anche la decisione di tirarsi fuori, con l’ordinanza, dal confronto in atto con la Regione dopo che il presidente Rossi aveva sollecitato un tavolo di concertazione per una revisione condivisa del codice del commercio, che tenesse conto di alcune festività civili e religiose escluse dalle aperture selvagge. Renzi, da parte sua, definisce «una scelta più coerente quella di scioperare non solo a Firenze, ma anche nelle altre città».

Replica il segretario fiorentino della Cisl Roberto Pistonina: «Chi a Firenze si sentiva perseguitato si rassereni, l’azione sindacale non è mai contro le persone, semmai contro le loro scelte. Lo sciopero proclamato da Fisascat, Filcams e Uiltucs pone l’esigenza di affrontare in modo costruttivo il tema della conciliazione delle esigenze del commercio e dei servizi da offrire ai turisti, con quelle dei lavoratori e delle loro famiglie». Ma la dichiarazione non basta a convincere il sindaco di Firenze che difende la sua posizione e precisa: «Continuo a dispiacermi perché avevamo la possibilità di trovare un accordo con i grandi magazzini del centro per liberare le commesse e non costringerle allo sciopero, è invece prevalsa una scelta diversa, i sindacati hanno proclamato lo sciopero e noi abbiamo dovuto rinunciare a questa possibilità di accordo». Renzi ribadisce, dunque, quanto detto martedì, e accusa il sindacato di avere impedito agli interinali la possibilità di lavorare grazie a un accordo con i magazzini del centro, al posto delle commesse, così da «far diventare il Primo maggio un giorno di lavoro per chi lavoro non ce l’ha».

Insomma, Renzi non demorde e spacca il centrosinistra. Con il presidente della Regione, Enrico Rossi, schierato sul fronte sindacale («Per me il Primo maggio si deve fare festa») che annuncia una legge in grado di annullare l’ordinanza comunale e il segretario regionale del Pd Andrea Manciulli che dice: «È giusto fare festa». Contro Renzi anche i giovani del Pd che per protesta hanno organizzato un flash-mob, mentre l’Idv ha affermato che «le commesse e i commessi non sono lavoratori di serie b e hanno tutto il diritto di non lavorare il Primo maggio». Sono con il sindaco rottamatore Confcommercio e anche Confesercenti, mentre per Don Giovanni Momigli «la privatizzazione della festa, lo sterilizzarla della dimensione comunitaria, svuota di fatto il suo senso declassandola a semplice tempo libero».

l'unità



1 MAGGIO: MARCEGAGLIA, SE C'E' ACCORDO LAVORARE E' OPPORTUNITA'

(ASCA) - Firenze, 21 apr - ''Se ci sono degli accordi e i lavoratori sono disponibili a lavorare non capisco perche' non si possa fare. Firenze e' una citta' turistica e se c'e' un accordo e' una opportunita' per dare lavoro a piu' persone''. Cosi' Emma Marcegaglia, presidente della Confindustria, interviene sulle polemiche nate a Firenze per la decisione del sindaco Matteo Renzi di consentire la chiusura dei negozi per il primo maggio. Contro la decisione, i sindacati toscani hanno proclamato lo sciopero. ''Ci sono molti settori, anche il mio, - ha detto la leader di Confindustria, imprenditrice nel settore della siderurgia - in cui gia' si lavora, giustamente si paga un extraprezzo e tanti lavoratori lo fanno volentieri perche' cosi' guadagnano di piu'. Anche nel commercio si fa, il nuovo contratto lo prevede'', ha concluso, precisando pero' di non conoscere il caso fiorentino. Sulla stessa linea anche la presidente regionale di Confidustria Antonella Mansi, che si dice ''favorevole all'apertura''.

asca

APPLE: GLI "INGENTI" COSTI OCCULTI DI IPAD E IPHONE

Nonostante profitti miliardari e generose lodi per le sue capacità di innovazione tecnologica, Apple è sempre più criticata per la sua politica per quanto riguarda la tutela dei lavoratori e la responsabilità ambientale. Un articolo di Elfion Rees su questa azienda non inappuntabile

Sempre più sottile, più leggero, più veloce… Il nuovo iPad 2 è l’ultimo di una lunga lista di apparecchi touch-screen prodotti da questo gigante dell’informatica.
Arriva sul mercato solo dodici dopo il primo iPad e dopo l’iPhone di quarta generazione. Dal lancio del primo iPhone nel 2007, gli smartphone e i minicomputer della Apple si sono massicciamente imposti sui mercati mondiali. Ma da qualche anno si sono moltiplicate anche le critiche alla Apple per la sua politica poco rispettosa tanto dei lavoratori quanto dell’ambiente: uso di sostanze chimiche tossiche, scarsa trasparenza nelle forniture e totale indifferenza all’ecologia.

Contrariamente a ciò che fanno altre compagnie del ramo, Apple si rifiuta di formulare scadenze per limitare l’emissione di gas a effetto serra e di pubblicare i cosiddetti CSR, i rapporti di responsabilità sociale dell’azienda. Alle critiche ha risposto solo in parte e tardivamente, mentre da un pioniere del settore ci si aspetterebbe ben altro comportamento per quanto riguarda l’impatto sociale e ambientale dei suoi prodotti.

Enormi profitti

Nel mondo ci sono oggi oltre 41 milioni di iPhone, iPad e iPod Touch; queste vendite hanno fatto di Apple l’impresa tecnologica di maggior valore sul mercato planetario. Solo quattro anni or sono il sistema operativo sui cui si basano gli i-device semplicemente non esisteva; oggi rappresenta il 40% dei suoi introiti. L’azienda ha registrato, solo nel quarto trimestre 2010, profitti per 6 miliardi di dollari.
Ma questo spettacolare risultato si fonda sulla costante creazione di nuovi prodotti con migliori prestazioni, il che provoca una certa frustrazione fra ambientalisti e consumatori.
“Apple ha un ritmo eccezionalmente rapido di uscita di nuovi prodotti, gadget che inghiottono enormi risorse sia per produrli che per usarli – dice Tom Dowdall, di Greenpeace – e i consumatori vedono i loro acquisti superati in un solo anno. Questo sistema, ormai tipico del mercato dell’elettronica, è insostenibile. Apple cerca di battere la concorrenza accelerando ancora i ritmi e di certo nessun'azienda può rispettare i criteri della sostenibilità ambientale quando la sua politica di vendite punta su consumi in costante crescita.”
Ma è certo che, con i prezzi delle azioni Apple saliti a 200 dollari l’una, gli azionisti non accetteranno alcun cambiamento nelle politiche di mercato. Anzi, nel febbraio dello scorso anno votarono per respingere ogni proposta volta a fornire un rapporto di sostenibilità ambientale e rifiutarono di creare un apposito comitato su questo tema.

I lavoratori cinesi intossicati

La Cina non è soltanto un immenso mercato potenziale (Apple progetta di aprirvi 25 grandi negozi nei prossimi due anni), ma è anche il luogo in cui si producono gran parte dei prodotti Apple e dei loro componenti. Un vero abisso separa le luci sfolgoranti di Pechino (dove il primo megastore fu aperto nel 2008) e le fabbriche in cui si producono iPad e iPhone. E la mancata trasaparenza dell’azienda sui propri fornitori non migliora la situazione.
Parecchi sono gli incidenti registrati e documentati negli ultimi anni. Decine di lavoratori in una fabbrica di Suzhou gestita dall’azienda taiwanese Wintek sono stati intossicati nel 2010 dal n-esano, una sostanza nociva usata per pulire alcuni componenti fra cui i notissimi touch-screen della Apple. Due operaie di una fabbrica presso Shangai hanno fatto mesi di ospedale dallo scorso ottobre dopo aver usato lo stesso n-esano per incollare e lucidare il logo della Apple sui laptop e sugli iPhone. Sempre in ottobre un rapporto dell’associazione "Students and Researchers against Corporate Misbehavior" (SACOM) segnalava casi di abusi e maltrattamento ai danni dei lavoratori nelle fabbriche cinesi della Foxconn Electronics, fornitrice della Apple. Una serie di dipendenti della Foxconn si sono suicidati nel 2010: in agosto erano già 14.
Secondo i portavoce dell’azienda, “controlli sistematici sono stati condotti fin dal 2006 sui comportamenti seguiti dai fornitori”, ma siccome i nomi di questi ultimi sono tenuti segreti è praticamente impossibile verificare.

Apple, la marca dello sfruttamento

Nel gennaio di quest’anno, l’Institute of Environmental and Public Affaire, una ONG con sede a Pechino, ha pubblicato un rapporto riguardante 29 multinazionali della tecnologia attive in Cina. Le trentasei ONG che hanno contribuito alla ricerca chiamata “L’altra faccia di Apple” l’hanno classificata all’ultimo posto per quanto riguarda “la responsabilità e la trasparenza della Apple verso la salute umana e l’ambiente”. Dopo una lunga ricerca in merito a sette dei suoi fornitori, il rapporto definì Apple “una marca dello sfruttamento, che basa la produzione sui subappalti, senza protezione adeguata per i lavoratori”. Il direttore dell’Istituto, Ma Jun, aggiunse che Apple aveva rifiutato di cooperare alla ricerca sul dubbio comportamento dei suoi fornitori e accusò l’azienda di mettere al primo posto il prezzo e la qualità dei prodotti, a scapito del rispetto verso l’ambiente e di ogni senso di responsabilità sociale. Le aziende in subappalto, precisò, sono spinte a prestazioni estreme per riuscire a aggiudicarsi i contratti di fornitura. Inoltre Apple ha dimostrato una spaventosa indifferenza ad ogni comportamento responsabile verso le ONG, verso la comunità, perfino verso i lavoratori intossicati.”
Apple si è finalmente decisa a rispondere solo il mese scorso, pubblicando un rapporto sulle responsabilità dei suoi fornitori (Apple Supplier Responsibility: 2011 Progress Report), in cui si ammette che 137 operai hanno subito un’intossicazione da n-esano. Il rapporto segnala inoltre di aver scoperto 91 bambini lavoratori in 10 fabbriche dei suoi fornitori. L’anno precedente, in solo tre fabbriche, ne erano stati trovati undici.
Tom Dowdall, di Greenpeace International, riconosce che Apple ha fatto progressi, ma che molto resta da migliorare, ad esempio nel mantenere la promessa di eliminare l’uso di sostanze tossiche. Maggiori informazioni in proposito si possono trovare sul sito della Apple, nella sezione dedicata alle politiche ambientali. Resta la netta impressione che se Apple saprà mettersi al primo posto in questo campo, ciò sarà unicamente dovuto all’insistenza delle campagne lanciate dall’esterno: il suo direttore generale, Steve Jobs, aveva affermato che Apple aveva un programma ambientale già nel 2007, ma le sue parole erano giunte solo in risposta a una vigorosa campagna promossa da Greenpeace sotto il nome di "Green My Apple". Jobs sostenne allora che l’azienda preferiva annunciare risultati piuttosto che programmi d’azione.

Tutta colpa di Steve Jobs?

Nella sua prima Guida all’Elettronica Verde pubblicata nel 2006, Greenpeace aveva messo Apple agli ultimi posti fra le aziende del settore e aveva auspicato una campagna d’azione specificamente mirata alla Apple, per indurre questo leader delle vendite a diventare anche un leader nella protezione dell’ambiente. Invece, quando la nuova Guida fu pubblicata nel 2010, Apple era arretrata dal quinto al nono posto a causa del suo scarso impegno nel riciclo delle materie plastiche, nell’uso delle energie rinnovabili e nella riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. Secondo Dowdall, un immediato miglioramento consisterebbe nell’adozione di un programma globale di riciclo, ricuperando e riusando i materiali provenienti dai suoi vecchi prodotti e facendo in modo che i servizi collegati al cloud computing siano alimentati da energie rinnovabili.

Gideon Middleton, docente di business e cambiamento climatico all’Università dell’East Anglia, dice che la riluttanza di Apple ad assumere serie responsabilità sociali e ambientali è dovuta a un solo uomo: il suo fondatore, Steve Jobs. “Perfino un’azienda come Wal-Mart si sforza di indurre i suoi fornitori e subappaltatori in Estremo Oriente a rispettare le regole in materia di cambiamento climatico e di responsabilità sociale. E’ assurdo che Apple non faccia lo stesso. Per spiegare questo atteggiamento da parte di un’azienda che per altri versi è encomiabile occorre esaminare i principi che animano i suoi dirigenti. Potremmo ipotizzare che ad opporsi a queste scelte sia lo stesso Steve Jobs. Sarà interessante vedere chi sostituirà Jobs alla testa dell’azienda se gli accadrà di dimettersi a causa delle sue cattive condizioni di salute, aggiunge Middleton . “Se il posto non andrà a una persona con un approccio più responsabile, etico e sensibile alle questioni ambientali, Apple continuerà a cedere alle pressioni finanziarie immediate che spingono a sfornare sempre più in fretta prodotti sempre nuovi. “

(Sul tema è stato richiesto un commento alla Apple che ha però rifiutato di rispondere a domande precise).

Eifion Rees
Fonte: www.theecologist.org
Link:http://www.theecologist.org/News/news_analysis/837185/apple_the_hidden_costs_of_your_ipad_and_iphone.html
04.04.2011

''Modifica dell'articolo 1 della Costituzione, concernente la centralita' del Parlamento nel sistema istituzionale della Repubblica''

Riporto un'agenzia ANSA di oggi. Non commento. Se volete, fatelo voi....
ROMA - ''L'Italia e' una Repubblica democratica fondata sul lavoro e sulla centralita' del Parlamento quale titolare supremo della rappresentanza politica della volonta' popolare espressa mediante procedimento elettorale''. E' il testo dell'unico articolo di una proposta di legge costituzionale presentata alla Camera dal deputato del Pdl Remigio Ceroni.
Il testo mira a modificare, sostituendolo, l'articolo 1 della Costituzione ed e' stato presentato a Montecitorio nei giorni scorsi. L'atto, che ha il numero 4292 ma non e' ancora stato pubblicato, stabilirebbe di fatto una gerarchia tra i poteri dello Stato, si intitola ''Modifica dell'articolo 1 della Costituzione, concernente la centralita' del Parlamento nel sistema istituzionale della Repubblica''.
Centralita', si sottolinea nella relazione che lo accompagna, che non hanno ne' il governo, ne' la Consulta, e neanche il presidente della Repubblica.
''La mia e' una proposta di legge fatta a titolo personale. Non ne ho parlato con Berlusconi ne' con altri dirigenti del Pdl. Ho fatto alcune riflessioni in questo periodo ed a mio avviso credo che vada riaffermata la centralita' del Parlamento'' spiega Ceroni.
Per l'esponente del Pdl quello che e' da evitare e' ''il nascere e svilupparsi di un'eversione e soprattutto il sopravvento di poteri non eletti dal popolo e privi di rappresentanza politica''. Ecco perche', sottolinea ancora il deputato del Popolo ella Liberta' ''e'necessario'' riaffermare ''nel primo articolo della Costituzione la centralita' del Parlamento''.